Hic sunt leones

L’importanza delle foreste africane per mitigare
i cambiamenti climatici

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02 luglio 2021

Quando si tratta di decidere qualcosa di utile per i Paesi del Sud del mondo, sono in molti a pensare che sia difficile passare dalle parole ai fatti per la comunità internazionale. Ebbene, non è sempre così, soprattutto quando ci si rende conto che gli interessi sono condivisi. Emblematico è il caso, ad esempio, della Central African Forest Initiative (Cafi), lanciata durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2015 a New York.

Si tratta di un partenariato tra una coalizione di donatori volenterosi (Unione europea, Germania, Norvegia, Francia e Regno Unito) e sei Paesi partner africani (Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Camerun, Repubblica del Congo, Repubblica di Guinea Equatoriale e Repubblica del Gabon, oltre al Brasile come partner Sud-Sud).

Gli obiettivi del Cafi, secondo quanto riporta il suo sito ufficiale (https://www.cafi.org/), sono «riconoscere e preservare il valore delle foreste della regione per mitigare i cambiamenti climatici, ridurre la povertà e contribuire allo sviluppo sostenibile». L’idea su cui si fonda questa iniziativa è molto semplice: i Paesi dell’Africa Centrale ospitano insieme la seconda foresta pluviale tropicale più grande del mondo, dopo il bacino amazzonico, un patrimonio dell’umanità che occorre salvaguardare prima che sia troppo tardi. Come è stato ampiamente dimostrato dalla ricerca scientifica, le foreste pluviali hanno il potenziale per mitigare le crisi globali in corso, con particolare riferimento al cosiddetto Global Warming (“Riscaldamento globale”) e alla perdita della biodiversità.

Le foreste pluviali coprono solo il 6 per cento della superficie terrestre e nessun ecosistema o settore economico al mondo ha le stesse capacità di contrasto. In particolare, oltre a regolare l’assorbimento e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, bilanciano l’umidità dell’aria 8-10 volte più di quanto non facciano gli oceani a parità di superficie. Inoltre, giocano un ruolo vitale nel garantire la disponibilità delle risorse idriche, e possono contribuire alle trasformazioni necessarie per lo sviluppo della cosiddetta Green Economy, ad esempio supportando nuovi modelli di produzione dell’energia e di realizzazione delle infrastrutture.

Per comprendere le straordinarie potenzialità delle foreste pluviali dell’Africa Centrale, basti pensare che esse assorbono tanto Co2 quanto ne producono 385 centrali elettriche a carbone. I numeri parlano chiaro: le foreste africane regolano l’assorbimento e lo stoccaggio, ogni anno, di quasi 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera e il 4 per cento delle emissioni mondiali. Inoltre, queste immense distese di verde, ospitano più di 10 mila specie animali e vegetali, molte delle quali endemiche. Da questo punto di vista, le foreste che attraversano l’Africa Centrale sono uniche per dimensioni e caratteristiche da punto di vista della biodiversità, avendo peraltro la capacità di assorbire più carbonio di quanto emettono.

Rispetto ad altre foreste, come quella amazzonica, quelle africane di cui stiamo parlando, hanno ancora un discreto grado d’integrità, anche se dal 2001 sono state registrate delle perdite che hanno indotto i promotori del Cafi alla prevenzione. Nel corso dell’ultimo ventennio, le foreste dell’Africa Centrale hanno totalizzato una perdita di oltre 6 milioni di ettari di aree forestali primarie umide. Si tratta di circa 6 milioni di campi da rugby, e la tendenza è in gran parte in graduale accelerazione. Queste foreste rappresentano una importante fonte di sussistenza alimentare ed energetica per oltre 40 milioni di persone che vivono nel loro interno e nelle aree limitrofe, in paesi con alcuni tra i più bassi indici di sviluppo umano. Alcuni settori di queste foreste sono interessati da conflitti armati che causano morte e distruzione. A pagare il prezzo più alto sono le popolazioni autoctone che necessitano aiuti umanitari.

Come rileva il professor Angelo del Turco, africanista e studioso di teoria ed epistemologia della geografia, la posta in gioco è alta. Lo studioso ha ben chiare le modalità attraverso le quali si dispiegano in Africa le filiere della espropriazione dei diritti ambientali delle popolazioni: «Infinite modalità, che si colgono a diverse scale: villaggi e megalopoli, piccoli territori e grandi spazi. A volte queste filiere affondano le loro radici nel passato coloniale. Pensiamo allo sfruttamento forestale, ad esempio, nato all’insegna di una “scienza coloniale” piuttosto prudente, ma via via diventato, sotto la spinta degli appetiti del profitto, sempre più aggressivo e indiscriminato, con conseguenze negative non solo sulla flora legnosa e non legnosa, ma anche sulla piccola e grande fauna nonché sulla tessitura dei suoli e la loro fertilità».

Da rilevare che il Gabon, uno dei sei paesi africani che rientrano nel partenariato Cafi, è diventato il primo Paese del continente a ricevere una ricompensa per aver protetto la sua foresta pluviale ed aver conseguentemente ridotto le emissioni di carbonio: al governo locale di Libreville, sono infatti stati versati 17 milioni di dollari dal Cafi. Nello specifico, questa somma di denaro è stata assegnata al Gabon essendo questo paese riuscito a dimostrare che nel 2016 e nel 2017 è stata ridotta la deforestazione rispetto al decennio precedente. La somma erogata a beneficio del governo gabonese è stata quantificata sulla base del calcolo del numero di tonnellate di carbonio che altrimenti sarebbero state rilasciate. Inoltre, la cifra versata costituisce solo la prima tranche dei 150 milioni di dollari, che verranno corrisposti al Gabon nei prossimi anni se continuerà a preservare il proprio patrimonio forestale. A questo proposito, il professor Turco ha commentato: «Cinque dollari a tonnellata versati dalla Comunità internazionale sono pochi? Avete ragione! Pagati così in ritardo, poi... Ma attenzione! Quel che conta, qui, è il metodo: la tutela delle foreste tropicali va finanziata dai paesi ricchi. In modo efficace: cioè mettendo tempestivamente a disposizione risorse adeguate».

Il Gabon è il secondo Paese al mondo per superficie ricoperta di foresta. Queste ultime ricoprono quasi il 90 per cento del suo territorio e intercettano più carbonio di quanto il paese ne emetta. Di conseguenza esse sono vitali per assorbire le emissioni e compensare così in parte la quota di Co2 emessa dai paesi industrializzati.

Questo significa che svolge un compito fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici, grazie all’assorbimento di carbonio dei suoi alberi. Peraltro, nel Paese si trovano specie vegetali molto rare che hanno una notevole capacità di trattenimento del Co2, superiore, ad esempio, agli alberi della foresta amazzonica. In media, le foreste gabonesi, nel loro complesso, sono in grado di assorbire 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. È dunque evidente che il contributo economico devoluto al Gabon è doveroso e al contempo necessario. In questo modo, infatti, si darà la possibilità ai paesi africani di perseguire uno sviluppo economico che non comprometta, però, la salvaguardia delle foreste.

E qui sovviene l’auspicio di Papa Francesco ben espresso nella sua Enciclica Laudato si’: «È lodevole l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi sistemi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali». Si tratta di un cammino ancora lungo rispetto al quale il consesso delle nazioni è chiamato ad una decisa assunzione di responsabilità».

di Giulio Albanese