Nell'Islam

Non arrendersi
segno di fede

Guillaume Rouillé, Ritratto di Khadija, 1553  in «Promptuarii iconum insigniorum» (Wikimedia Commons)
03 luglio 2021

La corsa di Agar fa oggi parte del pellegrinaggio alla Mecca


Può mai la ribellione da parte di una donna coincidere con uno spirito profetico in quanto capace di prevedere e scrivere il futuro? Spesso le religioni chiedono obbedienza, sottomissione e silenzio, soprattutto alle donne, ma qui parliamo di donne unendo altre due parole: ribelli e profetiche.

In realtà ribellarsi è la metà della fede secondo la somma formula proposta dall’islam: La ilaha ill’Allah, non c'è alcun dio tranne Iddio. Per realizzare la fede prima ci si chiede il rifiuto, la negazione, la battaglia contro tutto ciò che crea idoli dentro e fuori, per poter essere in modo autentico credenti in un solo Dio.

Ecco cinque figure di donne ribelli e profetiche nella storia e tradizione islamica.

La prima è la madre del profeta Mosè. Il Corano narra la storia di una madre mite e piena di amore verso il proprio bambino che è destinato ad essere ucciso. Lei non si lascia andare, prega, piange sì, ma non si sottomette. Si ribella e le viene proposto di affidarsi ad un progetto in apparenza contro la stessa ragione! Da parte del suo Signore riceve infatti una via di salvezza per il figlio che è contro la logica del mondo: «Allatta il tuo bambino e quando temi per la sua vita gettalo nel fiume» (Corano 28, 7). Una fede grande ed autentica porta la madre di Mosè a compiere un gesto estremo: accetta la proposta e si fida della Voce. Vera ribelle al destino della morte e dell’ingiustizia, il Corano le riserva un verbo riferito ai maggiori profeti cioè Awhayna: Noi abbiamo rivelato alla madre di Mosè ciò che doveva compiere» [ibidem].

Un’altra grande ribelle ricordata nel Corano è la moglie del Faraone, l’uomo più potente del suo tempo. Ribellarsi a lui era inconcepibile per chiunque, e invece una donna l’ha fatto: sua moglie. Lei ha tutto e può continuare a godersi la ricchezza del mondo, invece sceglie di remare contro, in difesa di Mosè, a favore degli oppressi (Corano 66, 11-16). Da prendere come esempio, secondo il Corano. La sua ribellione è autentico atto religioso.

La terza ribelle dai gesti profetici è Agar, abbandonata dal profeta Abramo. Nella sua situazione chiunque perde la speranza e la fede, invece questa meravigliosa donna non si ferma nemmeno davanti all’abbandono di Dio stesso, combatte contro ogni disperazione, va oltre il limite, corre per cercare acqua per il figlio Ismaele assetato, allontanato e lasciato insieme a lei in una terra arida e senza anima viva. Secondo il racconto della tradizione islamica, Agar si mette a correre tra le due colline di Safa e Marwa, allora disabitate, per sette volte. Riconoscendo il suo coraggio, il Dio della vita fa zampillare acqua sotto i piedi del suo bambino, salvandoli. I musulmani arrivati da ogni angolo della Terra alla Mecca per compiere il rito del grande pellegrinaggio sono chiamati a imitare i passi di questa donna come parte integrante del solenne rito religioso (Corano 2,158) correndo sette volte tra le due colline oggi collegate da un corridoio coperto, bevendo della stessa acqua ancora oggi zampillante chiamata zam zam.

La quarta donna da menzionare è Khadija, la ricca commerciante della Mecca che diventa la moglie amata del profeta Mohammad grazie alla sua ribellione ai costumi del tempo: è lei che chiede la mano del giovane Mohammad. Più grande di lui di 15 anni, separata con prole, s’innamora del suo giovane operaio e affronta con coraggio il giudizio della gente sfidando tutti. Ma la sua vera battaglia e ribellione autentica è quando crede e sostiene il marito e il suo messaggio profetico contro i potenti corrotti della società, in difesa degli oppressi e degli ultimi, mettendo il suo patrimonio a disposizione di questo progetto monoteistico. Ed è così che prende il titolo onorifico di Khadija al kubra: la più grande.

La quinta ribelle profetica, madre di sapienza, fede e coraggio, non è altro che Maria. Lei inizia la battaglia e la ricerca del bene e della luce già dalla tenera età secondo il racconto coranico (Corano 19 ,16). Nel ventunesimo capitolo che si intitola I profeti, dopo la narrazione della vita di una quindicina di loro, ecco apparire il nome di Maria, come il fior fiore dei profeti.

Mihrab, dalla radice harb, si traduce “luogo della battaglia”. Oggi la nicchia all’interno delle moschee che ospita l’imam che guida la preghiera si chiama Mihrab. Il Corano per farci meditare su quest’aspetto combattente di Maria nomina la parola mihrab una sola volta e quest’unica volta è riferita a lei (Corano 3,37). Assai significativo: Maria non è la donna sottomessa e in silenzio passivo, ma lei è la vera combattente contro ogni ignoranza, ingiustizia, e crede oltre ogni confine e limite. La battaglia contro le tenebre è necessaria per il compimento del progetto di Dio sull’uomo, divenire esseri umani illuminati e realizzati come Maria (Corano 66,12).

di Shahrzad Houshmand Zadeh