Liturgia e carità le due colonne del diaconato

Custodi
del servizio nella Chiesa

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24 giugno 2021

Tra le cose che il Papa — incontrando i diaconi della diocesi di Roma con le loro famiglie, sabato 19 giugno in Vaticano — ha indicato sulle quali lavorare, è importante la consegna per una “Chiesa costitutivamente diaconale”, in cui essi siano custodi del servizio nella Chiesa. Quest’ultima infatti, oltre a essere missionaria e sinodale, è costituita nella dimensione del servizio per tutti i battezzati.

Certo questo deve trovare nei diaconi degli animatori profetici, quindi il primo passaggio è che il diacono sia un educatore alla diaconia per ogni fedele e non un accentratore di servizi. Una diaconia battesimale che va coltivata, educata e promossa.

La crescita della dimensione diaconale nel popolo di Dio aiuterà a superare la “piaga del clericalismo”, che non è solo appannaggio dei presbiteri-vescovi, ma purtroppo anche prerogativa di molti laici. Spesso sono educati ad una imitazione di comportamenti fatti di piaggeria e servilismo.

Il servizio-diaconia è sì obbediente, ma anche sempre profetico. Non abbiamo bisogno di un’obbedienza servile. Ho conosciuto nel corso della mia vita tanti preti e vescovi non clericali, che me lo hanno insegnato e, per primi, si sono opposti al clericalismo con la loro vita.

Il diacono, per non essere clericale, deve curare come «il diacono Francesco, la prossimità di Dio senza imporsi, servendo con umiltà e letizia».

Questa prossimità va vissuta in ogni situazione, sia sociale che pastorale. La gente deve cogliere una vicinanza che genera amicizia e apre alla possibilità di una evangelizzazione che sappia rispondere alle domande di senso poste.

Filippo e l’eunuco (Atti 8) è un’icona di quanto appena detto: affiancarsi alle persone sulla strada che stanno percorrendo. Ho compreso negli anni quanto questo si realizzasse durante l’accompagnamento di pellegrinaggi, dove si incontrano persone con le più svariate situazioni di vita. Tante volte “diversamente credenti”, ma bisognose di parlare e di confrontarsi. La prossimità ci aiuterà ad essere umili.

Anche il matrimonio e la famiglia vanno testimoniati come un’esperienza che, nonostante le fatiche e fragilità, sia un’esperienza possibile e felice. Una coppia che viva insieme il servizio, senza trascurare figli e nipoti. Sembra difficile, ma tutti sperimentiamo che la grazia del matrimonio e del diaconato non sono in contrasto, anzi!

Alcuni diaconi sono chiamati a vivere il celibato e questo favorisce i due stati di vita ad arricchirsi reciprocamente. Essere sentinelle non solo per avvistare i poveri e i lontani, ma anche per essere uno strumento di accoglienza ed integrazione nella comunità.

I poveri vanno accolti ed avvicinati con un atteggiamento fraterno e mi rendo sempre più conto di quanto sia vero quello che diceva Madre Teresa di Calcutta: «Molti parlano dei poveri, pochi parlano con i poveri». È una esperienza questa che noi diaconi stiamo vivendo sia nel servizio dell’ambulatorio Madre di Misericordia, che nel Centro d’ascolto dell’Elemosineria Apostolica. Infatti, essendo medico, ho fondato circa 15 anni l’associazione di medicina sociale patrono d’Italia Roma onlus, con la quale continuiamo ad assistere molte persone, a cominciare dall’aspetto sanitario. Presto servizio anche presso la Caritas della parrocchia romana di San Mattia e, attraverso l’Elemosineria, accolgo e visito quanti giungono all’ambulatorio del colonnato di piazza San Pietro. Oltre a questo, tramite l’associazione, offriamo sostegno a varie strutture di carità presenti in Terra Santa, in particolare al Caritas baby hospital a Bethlehem.

Un apporto fondamentale per la vita spirituale del diacono sono le indicazioni che ci vengono dalla liturgia, sia quella di ordinazione, sia quella eucaristica.

Nell’ordinazione ci vengono consegnati due libri: il Vangelo e la Liturgia delle Ore. Essi devono essere il fondamento per la propria vita ed anche come proposta di insegnamento nella comunità.

Nella celebrazione eucaristica il diacono è ministro del calice e dello scambio della pace, per essere nella comunità un operatore di pace e di relazioni fraterne.

Educare alla fraternità, vivendola innanzitutto con il proprio vescovo e il proprio parroco e i presbiteri, che apra alla possibilità di un rapporto non gerarchico, ma di comunione.

Mai dimenticando quello che i Padri della Chiesa ci hanno insegnato: i diaconi e i presbiteri sono le due braccia del vescovo. I primi ordinati per il servizio, i secondi per l’ufficio sacerdotale. L’augurio è di camminare con tutti, sapendo aspettare i più fragili e gli ultimi.

di Francesco Mattiocco