Il «vuoto di significato» nella riflessione di un gruppo di studenti universitari

Oltre la Zona Grigia

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21 giugno 2021

Bastano le parole di una vecchia canzone, una melodia capace di aprire la porta a pensieri solitamente rimossi, e tutto il desiderio di bellezza che la vita di tutti i giorni anestetizza con la sua routine torna a esplodere. È successo a Roberto — vent’anni e poca familiarità con la musica italiana di fine anni Ottanta — riscoprendo grazie a una cover una canzone di Luca Carboni, bolognese come lui. Chissà che fine fanno le anatre d’inverno, quando gela il laghetto di Central Park, si chiedeva il giovane Holden nel celeberrimo libro di Salinger The Catcher in the Rye. Chissà perché mettono tristezza i bus di notte, si è chiesto Roberto, prestando per la prima volta attenzione a una canzone arcinota, ma mai ascoltata sul serio. «Pensi mai ai veicoli di notte?/Che con il muso piatto/Vanno in giro per la città — cantava Carboni nel lontano 1987 — E mentre gli autobus/Portano a spasso quella luce fioca/Randagi come cani (...)Sono locomotive, su binari morti/Da tempo non si vedon più/Sono le vecchie idee, anche quelle forti/Nessuno ormai le usa/Dimmi/Ma non ti fanno un po’ spavento/O ti fanno tenerezza/Gli autobus di notte/Vuoti/Anche se inutili, generosi/Anche quelli vecchi e sfatti/Non ti è capitato mai/Di provare rispetto/Per i vecchi motori/Che non vorrebbero tradirci mai (...)E sono ingombranti/Come i nonni e le vecchie zie».

La paura del nulla — rimossa ma persistente — di cui parla l’ultimo saggio di Costantino Esposito (vedi box in pagina) ha il muso piatto di un vecchio autobus che si fa strada in mezzo ad altri pensieri apparentemente più urgenti e l’apparente insensatezza dei suoi giri notturni in una città deserta; l’angoscia di finire come locomotive su binari morti ce l’abbiamo tutti, scrive Roberto nel suo sms con video Youtube allegato, anche se nessuno di solito ha il coraggio di parlarne.

È ancora più esplicito Alex, studente universitario romano, affascinato dalla notte per motivi più scientifici che sentimentali (come vedremo più avanti); il pensiero, che nessuno dice esplicitamente, che tutto vada a finire nel nulla non ci abbandona mai, come un vicino di casa molesto. «Ci ho pensato molto durante il lockdown» racconta, parlando “senza rete” del suo rapporto non facile con il padre. «Il desiderio di un cambiamento veniva ucciso ogni volta dalla mia idea che non poteva funzionare. Ma è successo. Obbligato a casa con lui non potevo più scappare, la sua figura si è imposta e mi sono detto: “Ha più di settant’anni e non è messo bene con la salute, chissà se avrò un’altra occasione”. Non volevo restare fermo all’immagine che avevo di lui». Vale la pena verificare tutto, non distogliere lo sguardo da nessuna domanda. Anche nello studio. Anche nell’amore per la matematica, scoperto per caso da piccolo, dopo una sfida con gli amici sulle tabelline, diventato passione per la fisica da quando un prof ha detto «oggi vi racconterò la cosa più bella che avete mai studiato: il fatto che il cielo è scuro di notte si può spiegare con la matematica». I numeri sono uno strumento capace di descrivere la realtà. «Non ho l’entusiasmo facile — continua Alex — appena vedo un po’ di formalismo mi annoio». La scienza fa credere all’uomo di poter sapere tutto: «Tra i miei compagni, la tentazione è banalizzare i rapporti affettivi, trattandoli come se dovessero già morire. Si può vivere in modo diverso? Mi fermo qui. Ho scelto fisica perché non sono mai stato bravo con le parole» sorride Alex.

Riccardo cita Deleuze e Cartesio, è a suo agio con il lessico della filosofia e ama andare al fondo della mentalità mainstream fino a coglierne le contraddizioni, convinto com’è che si possa rifondare la verità solo dall’interno dell’esperienza. La società dei consumi decostruisce tutto, lasciando solo macerie concettuali, frammenti di ideologie, ideali rottamati. Che cosa rimane? Dal fondo dell’esperienza riemerge quell’infinito che ci costituisce, nota Riccardo; la trascendenza, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra.

Siamo solo cieco istinto, pura forza vitale, un meccanismo neurobiologico uguale a milioni di altri, ci dicono Freud e Nietzche, l’io è un’illusione, è solo un fascio di desideri intercambiabili. Ma chi afferma questo è comunque un’individualità, un “io” che si esprime. Come volevasi dimostrare. Impietosa e lucida anche l’analisi di Alessandro sulla deriva che dissolve ogni fatto in interpretazione, e di Giovanni, che come lui studia filosofia: «Siamo immersi in una civiltà franata su se stessa, travolta da una furia iconoclasta che non sa fare altro che mettere a punto strategie (fallimentari) di auto-contenimento». La felicità è impossibile? È vero il contrario, chiosa Giovanni, è impossibile non desiderarla, mettere a tacere del tutto la domanda che abbiamo dentro. Ci pensa il divertimentificio da incubo (che assomiglia molto a quello profetizzato da David Foster Wallace in Infinite Jest) in cui siamo immersi a offrire oppio al popolo, non la religione. Ne è prova quello che Valerio Capasa chiama con amara ironia “l’ammutinamento pugliese”: dopo quattordici lunghi mesi di Dad, alla domanda se volessero tornare in classe, circa il 98 per cento dei liceali ha risposto di no. Dato il periodo — gli Europei hanno fatto salire la febbre calcistica — il paragone sportivo è il primo ad arrivare. «Più o meno è come non avere il pallone né il campo né le porte — scrive Capasa — Ci arrangiamo: due pietre per terra e un po’ di scotch attorno a quattro fogli di giornale. Man mano però la palla di carta comincia a sfaldarsi, e quando provvidenziale appare il miraggio di un campo in erba e di un pallone di cuoio, scopri che a mancare, in realtà, era la voglia di giocare». Per un insegnante che ama il suo lavoro, però, è più adeguata la metafora dell’innamorato tradito.

L’impressione è di «chattare d’amore per un anno e mezzo con una ragazza, invitarla a uscire e sentirsi rispondere che domani no, deve studiare, dopodomani nemmeno perché c’è la prima comunione della nonna, e intanto sai per certo che esce con un altro». Perché non siamo zona rossa né arancione, chiosa Capasa, «siamo zona grigia; così Primo Levi chiamava il mostro della complicità».

di Silvia Guidi