Si è chiusa la XVII edizione di «Torino Spiritualità»

Aggrappati alla vita
come innamorati

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21 giugno 2021

Lo scorso anno, nel mese di settembre, assistemmo per la prima volta a «Torino Spiritualità». Il capoluogo sabaudo ci era parso più schivo del solito e un po’ sottotono, come ogni città risvegliatasi sulle rovine della pandemia. Scrivemmo che «le mancava il fiato», in riferimento al tema generale dell’edizione, il respiro. La stagione calda era stata una specie di 8 settembre, pacificatrice e provvisoria come tutti gli 8 settembre, e lo sapevamo. Eravamo tutti sul chi vive, come sentinelle al sacello. Ci muovevamo con l’aria di chi si chiede «ma si potrà ancora fare?», «sarà lecito questo?», «sarà possibile quello?». Era tempo di sospetto e di cautela. Avevamo tutti paura che i problemi legati alla minaccia pandemica potessero ricominciare, da un momento all’altro. Una paura fondata, purtroppo. Gli autobus erano silenziosi come chiese e le chiese erano vuote, più vuote del solito; la folla, per strada, un carnevale di maschere ospedaliere, tristissimo a vedersi.

Quest’anno, invece, la «Torino Spiritualità» è venuta di giugno, insieme ai papaveri, alle albicocche, alle fragole e al sole più buono dell’anno. Per raggiungere Torino, siamo saliti su un treno e abbiamo attraversato un paesaggio d’oro e di luce che sarebbe piaciuto molto a Concha Urquiza. Mentre filavamo su per la campagna coltivata a grano e viti, piantonata dalle Alpi, ci è venuta in mente proprio la poetessa messicana, di grande fede e di molti dubbi, che a Giugno si rivolgeva come a una persona in carne e ossa, domandando: «che dirai alla mia anima, che ti vuole ascoltare? Che dirai alla mia anima?».

All’arrivo, Torino ci ha accolti col suo solito riserbo, ma stavolta era un riserbo splendente, da Clignancourt, da Epoca Bella. Quest’anno la città rideva, libera, disinvolta, senza troppi sospetti, convinta com’era che la minaccia pandemica, «a Dio piacendo», fosse davvero finita. Rideva nei fiori e nei libri di un mercatino, che dalla stazione di Porta Nuova risaliva fino in via Po. C’era chi, in abiti da scena, soffiava in un’enorme bacchetta centinaia di bolle colorate. I bambini le rincorrevano, gli adulti le fotografavano. C’era chi leggeva le rune, con un cane sdraiato di fianco, chi faceva danzare come Nureev un monopattino elettrico, chi suonava il violino, chi vendeva tillandsie in un giardino ambulante.

Le tillandsie sono piante realissime, ma anche molto spirituali, diremmo quasi ascetiche: senza radici, vivono assorbendo sostanze dall’aria invece che dalla terra. La bancarella delle «piante d’aria», per quanto metaforicamente attinente, era lì, nel bel mezzo d’una fiera che andava per conto suo e di cui non sapevamo nulla; nulla aveva a che fare, se non per concettosi traslati, con la xvii edizione della rassegna, che quest’anno si intitolava «Desideranti. Slanci, brame, mancanze», e che dal 17 al 20 giugno, ha intrecciato lezioni, dialoghi, esperienze e meditazioni, disseminate nei poli culturali più importanti della città e in forma virtuale.

Ogni ospite ha raccontato il «desiderio» di qualcosa e di qualcuno: Kazuo Ishiguro il desiderio «di non essere soli» (ci ha molto commossi e molto interpellati); Vito Mancuso il «desiderio d’esistere», altrimenti detto conatus essendi o élan vital, quella forza che «ogni giorno ci fa vivi», tenendoci aggrappati alla vita come innamorati; Vittorio Lingiardi, psichiatra, il «desiderio narcisista», che ha sintetizzato con la formula endrighiana «io che amo solo me» (che vale da sé non questo semplice articolo, ma un intero editoriale); Slavoj Žižek «il paradosso del desiderio» nella promessa capitalista; Delphine Horvilleur il «desiderio di essere visibili»; Federico Vercellone e Sergio Givone, in uno splendido incontro a cura del Centro culturale protestante, «il desiderio che non vuole essere soddisfatto», il desiderio di foggia platonica, volto ad accendere in noi l’immagine di una bellezza che non tramonta.

Il novero degli ospiti era davvero lungo: Vincenzo Paglia, Massimo Recalcati, Alessandra Smerilli, Marilynne Robinson, Abd Al-Haqq Ismail Guideroni, Younis Tawfik, Luigi Maria Epicoco, Elena Leowenthal e molti altri. Impossibile approfondire, come meriterebbero, tutti gli incontri cui abbiamo avuto il piacere e l’onore d’assistere. Spendiamo qualche parola di più — gli altri non ce ne vogliano – per la lettura che Mariangela Gualtieri ha tenuto nello splendido Carignano. Un teatro settecentesco, rimaneggiato, distrutto, incendiato varie volte, che pure è sempre lì, sull’isolato di San Pietro, nel cuore del centro storico, come una fenice ridente.

La poetessa era vestita di nero. Aveva un quadernino legato alla cintola, i capelli sciolti e di un argento lunare. A sipario chiuso, un po’ recitava e un po’ leggeva le sue poesie, con un’intensità fortissima, che sembrava riempire tutta la galleria, i tre ordini di palchi, il loggione. Le parole toccavano le poltrone di velluto rosso e chi vi stava seduto, come una carezza di madre, di sorella e di figlia. Mentre recitava sotto voce «tu sei il mio essere a casa (…) e senza di te io sono lontana, non so dire da cosa, ma lontana, scomoda, un poco perduta, come malata», dai sessantadue palchetti qua e là è apparso un luccichio d’occhi, più brillante dell’oro che vestiva il palco d’onore. Chissà a chi pensavano quegli occhi commossi, a quale «tu» e a quale «te».

Ci è venuta in mente una vecchia battuta, che Sofocle incastrò nella sua Antigone. Diceva che «l’uomo è una meraviglia». Al Carignano ci è sembrato fosse più vero che mai. Non fosse stato per quegli slanci, per quelle mancanze, però, non fosse stato per quei desideri, che da sempre lo tormentano e lo sollevano, potremmo dire lo stesso?

di Roberto Rosano