La samaritana, l’emorroissa e la cananea in «Dammi da bere» di Caterina Falconi

Gesù e le tre donne

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
19 giugno 2021

Tre piccole vicende evangeliche sono l’occasione che Caterina Falconi coglie per narrare, in modo più ampio e con una prosa che ha i tratti della scrittura lirica, tre storie in Dammi da bere (Possano con Bornago, Mimep, 2021, pagine 80, euro 10). Si tratta di tre incontri che Gesù ha con la samaritana, l’emorroissa e la cananea.

Tre donne diverse per età, appartenenza geografica ed etnica, accomunate da una epifania che permette loro di riconoscere in Gesù il Messia.

In quel crogiuolo di lingue e culti religiosi, in quel lembo di terra mediorientale oggi parte di Libano, Israele, Cisgiordania e Siria, Gesù si muove per predicare con i discepoli la Verità. È in un’ora assolata del giorno che, sedendo da solo presso un pozzo, incontra la samaritana, dunque una donna di Samaria, terra ostile alla Giudea da cui Gesù proviene, una donna dalla vita non proprio specchiata. «In quel meriggio la corda dei suoi sandali planava leggera sui sassi» mentre, nell’ora deserta si recava al pozzo. Si incontrano, si guardano e la samaritana si meraviglia della richiesta che l’uomo giovane e bello le fa: «Dammi da bere». Nasce un dialogo breve e intenso perché «lo sconosciuto le scaraventava in petto una spiazzante sensazione di familiarità» al punto che la samaritana riconosce in lui il Messia e corre ad annunciare la strepitosa notizia ai suoi conterranei.

Nel secondo episodio una emorroissa, da anni afflitta dal suo male, «avvezza a sentirsi scarto» nella comunità, accorre verso l’uomo che, in compagnia dei discepoli, sta attraversando il suo paese. Vuole avvicinarlo, la folla è tanta e glielo impedisce, ma lei, forte del desiderio di guarire striscia fino a lambire il mantello di Gesù. Ancora una volta l’atto di fiducia e di fede la salva. Nel terzo episodio una donna cananea, dunque di una terra distante dalla Giudea, luogo di un miscuglio di fedi pagane, sente che Gesù è in arrivo e gli va incontro, lo supplica di liberare la figlia da un demone che l’ha invasa e la possiede. Gesù è brusco nell’accogliere la supplica. «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma «l’amore materno costeggia il Divino» e la donna — tutto è fuorché una pecora della casa di Israele — insiste, testarda e pugnace, Gesù diviene misericordioso e compie il miracolo che la cananea implora.

In tutte e tre le storie, divenute per mano di Caterina Falconi dei racconti di intensa bellezza con una aderenza totale al testo evangelico ma arricchite di notazioni narrative delicate e intense, sono protagoniste tre donne segnate dalla diversità, dall’esclusione e dallo stigma sociale, dall’emarginazione.

Sono donne di carattere, decise a spendere sé stesse con vigore, in loro si sprigiona un desiderio di “bere”, di colmare l’arsura del cuore e si accostano a Gesù con una fede nata dal bisogno, dal desiderio di “toccare” la Verità, forse più di un ebreo ortodosso.

La loro eccentricità rispetto a Gesù non solo non le tiene lontane ma le avvicina e le salva.

Con Gesù cadono le barriere, Lui le ascolta, parla loro, si mostra a tratti anche severo ma cede perché sente l’intensità della richiesta di aiuto, specialmente con l’emorroissa e la cananea. Gesù viene “toccato” dalle donne e non teme l’impurità che in misura diversa le caratterizza, sociale, fisica o religiosa. Il suo messaggio trova ascolto perché è un messaggio aperto anche a chi non è giudeo. È questa la novità rivoluzionaria che il Vangelo testimonia.

A fare da controcanto alle tre storie evangeliche divenute racconto, l’esegesi puntuale, incisiva e densa di osservazioni di padre Gian Nicola Paladino.

di Giulia Alberico