La figura e l’opera di don Elio Venier pastore dell’Urbe venuto dal Friuli

È naturale: si aiuta
chi ha bisogno

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19 giugno 2021

«Echeggia malinconica una luce di stelle, alle remote e meravigliate cime della Carnia». Terra di montagna e di confine, la Carnia, che cantava così Pier Paolo Pasolini. Terra ricca di poesia e di tradizioni. Dove «sulle pagine aperte/come sul libro dell’arcobaleno umano/tutti i colori del cuore/sono segnati da penne e calligrafie multiformi, intinte all’unico pozzo dell’imprevedibile vita», scriveva nel 1998 dallo Zoncolan (ben noto agli appassionati del Giro d’Italia) don Elio Venier, che quei sentieri del Friuli conosceva bene.

Era di casa tra le cime “meravigliate”, qualche decina di chilometri più a nord della Casarsa “pianura e cielo” dove affondavano le radici materne di Pasolini, ed era nato il 3 agosto 1916 a Zuglio, l’antica Iulium Carnicum, la città romana più settentrionale d’Italia. Ma la sua avventura pastorale è tutta custodita nella Città Eterna dove approdò negli anni ’30 al Seminario Maggiore, guidato allora da quel monsignor Ronca, che tra l’ottobre ’43 e il giugno ’44 ospitò al Laterano ebrei e politici antifascisti per sottrarli alla furia nazista.

Un impegno di accoglienza che contraddistinse anche Venier al primo incarico nella diocesi di Roma: ordinato sacerdote il 3 febbraio 1940, quattro mesi prima dell’ingresso in guerra dell’Italia al fianco della Germania di Hitler, arrivò come viceparroco a Santa Maria Madre della Provvidenza, in via di Donna Olimpia, alle pendici di Monteverde, in cui abitava una parte della comunità ebraica romana. Dalla fine del 1943 alla Liberazione, con il parroco, don Fernando Volpino, dettero rifugio ad una settantina di ebrei. «Fu tutto assolutamente naturale — confessò don Elio —. Si aiuta chi ha bisogno».

Così fecero altri suoi confratelli in quegli anni, e don Elio, prete appassionato della sua vocazione, volle raccogliere nel 1969 in un libro una serie di testimonianze sul ruolo dei sacerdoti durante la guerra. Fu uno dei tanti che scrisse, oltre trenta, dal primo nel 1963 sui commenti ai Vangeli per i laici ai due sul fratello Nando, caduto in Russia, perché la cultura era nel suo dna: insegnante di religione nelle scuole e docente all’Università Lateranense, nel Vicariato di Roma tradusse nei fatti il “vento” del Concilio Vaticano ii come direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali, che guidò per oltre trent’anni. «Un sacerdote dallo stile rigoroso», lo ricorda Luciano Montemauri, che con lui ha lavorato nel Palazzo del Laterano.

Monsignor Venier — che fu la guida spirituale dell’arciconfraternita di Sant’Eligio dei Ferrari dal 1952 fino alla morte — aprì, con il sostegno del cardinale Poletti, la stagione delle pagine diocesane all’interno di Avvenire, quel “Roma 7” che portò avanti dal novembre 1974 al dicembre 1986 scandendo ogni domenica con un proprio editoriale (li raccoglierà poi in tre volumi), a partire dal primo che dal titolo portava in sé il senso di quell’operazione, “È il bene che illumina la città”. Il bene diffuso dalla comunità ecclesiale doveva essere messo in comune senza perdere di vista quanto accadeva nella Capitale, negli anni tormentati del terrorismo e delle contrapposizioni politiche.

L’anno in cui nasceva “Roma 7” (poi diventato “Roma Sette”), alla vigilia del Giubileo del 1975, vide il convegno diocesano sulle “responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia della diocesi”, più noto come quello sui “mali di Roma”. Ma era anche l’anno del referendum sul divorzio e della strage di piazza della Loggia. E meno di due anni dopo sul Campidoglio sarebbe salito il primo sindaco non democristiano, dopo il successo del Partito comunista.

Nel 1976 tremò il suo Friuli e la sua gente fu colpita: Venier non poteva restare a guardare da Roma o farsi promotore solamente di una solidarietà a distanza, così partì per toccare con mano il dolore, assicurò il sostegno della diocesi e tornò firmando un reportage dal titolo “Nostra sorella Osoppo”, una delle località più colpite dal terremoto.

Nel Friuli don Elio aveva radici salde — è in friulano l’ultima telefonata con il fratello Luigi, poche ore prima della morte, il 19 giugno 2011, alle soglie dei 95 anni — e nella terra che Pasolini definì «Paese di temporali e di primule» ha lasciato la sua eredità. Quella della testimonianza di pastore nell’Urbe, che ancora in tanti ricordano, e quella della scrittura, con i diecimila libri (i “suoi figli”, li definiva) donati al centro culturale La Polse di Cougnes. È sul colle che domina il paese di Zuglio, accanto all’antica Pieve di San Pietro, con una foresteria, un orto botanico, una cappella ecumenica e la biblioteca intitolata proprio a monsignor Venier. «Quando vengono i visitatori — spiega la responsabile Nicolina Micoli — raccontiamo sempre la figura e la vita di don Elio. In alcune teche abbiamo raccolto i suoi premi e le sue benemerenze. Ogni anno lo ricordiamo con un evento: nel 2019 lo abbiamo fatto con lo sguardo al Venier poeta, mentre il prossimo 31 luglio, con l’Università di Trieste, gli dedicheremo un Dantedì».

Amava anche Dante, infatti, e i suoi libri spaziavano da una tematica all’altra. Non si sottrasse, in uno di questi, al pensiero della morte, ma la vedeva come un «convito stupendo che Egli dà in premio allo spirito libero». Lo confermò nel suo testamento spirituale scritto nel 2010: «La mia speranza si chiama Gesù, compagno di vita, voce di salvezza… la mia riconoscenza non ha limiti».

di Angelo Zema