La Giornata mondiale del rifugiato

Oltre ottanta milioni
di persone in fuga

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
18 giugno 2021

Saber non ha mai visto il suo paese, il Sudan. All’età di due anni è stato costretto a fuggire con la sua famiglia in Etiopia. Ha trascorso gran parte della sua vita in un campo dove mancava quasi tutti e c’era una costante necessità di aiuti internazionali, per non parlare dell’assenza di sicurezza. Per andare a scuola ogni mattina doveva fare sedici chilometri a piedi. A 22 anni è riuscito a coronare il suo sogno: poter studiare all’università. È stato infatti selezionato per una borsa di studio dall’Università di Milano attraverso il programma University Corridors for Refugees.

La sua storia, come quella di tanti altri, porta alla luce la realtà, spesso dimenticata dai media, della condizione del rifugiato nel mondo. Questo numero di “Atlante” vuole essere un modo per dare una visione globale di questa realtà in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, domenica 20 giugno. Una visione globale, multilaterale, cioè capace di mettere in connessione la questione dei rifugiati con altri fenomeni interconnessi come il cambiamento climatico, i conflitti, le crisi economiche e sociali.

I numeri sono impressionanti. Nonostante la pandemia di covid-19, il numero di persone in fuga da guerre e persecuzioni in tutto il mondo nel 2020 ha superato gli 82 milioni, un numero pari a più del doppio di quello registrato dieci anni fa. È quanto risulta dall’ultimo rapporto dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). Lo scorso anno il numero di persone in cerca di asilo, si legge nel rapporto, è aumentato di altri 3 milioni rispetto a un 2019 già record. Si tratta del nono anno consecutivo di crescita del numero di rifugiati, con le nuove crisi in Etiopia e Mozambico che si sono aggiunte a quelle in corso da lungo tempo in Siria, Yemen, Afghanistan e Somalia, che continuano a causare sfollamenti. Durante la pandemia «tutto il resto si è fermato, comprese le economie, ma le guerre, i conflitti, la violenza, la discriminazione e la persecuzione, tutti fattori che hanno spinto queste persone alla fuga, sono continuati», ha spiegato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Un dato interessante è che lo status di rifugiato interessa soprattutto i giovani. Il 42% di tutte le persone costrette alla fuga hanno meno di 18 anni e tra il 2018 e il 2020 quasi un milione di bambini sono nati rifugiati. Il rapporto dell’Unhcr riferisce che «alla fine del 2020 c’erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato Unhcr, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all’estero. 48 milioni di persone erano sfollati all’interno dei loro Paesi. Altri 4,1 milioni erano richiedenti asilo». Questi numeri «ci dicono che nonostante la pandemia e l’appello per un cessate il fuoco globale, i conflitti hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case».

Il rapporto rileva anche come «al picco della pandemia nel 2020, oltre 160 Paesi avevano chiuso le loro frontiere, con 99 Stati che non facevano eccezioni per le persone in cerca di protezione». «Eppure, con misure adeguate (come screening medici alle frontiere, certificazione sanitaria o quarantena temporanea all’arrivo, procedure di registrazione semplificate e colloqui a distanza) sempre più Paesi hanno trovato il modo di garantire l’accesso all’asilo cercando, allo stesso tempo, di arginare la diffusione della pandemia», sottolinea l’Unhcr.

In Africa, il Sahel è una delle regioni più esposte al problema dei rifugiati con il rischio di una gravissima crisi umanitaria. Ma è l’Etiopia a preoccupare di più gli esperti: la crisi nel Tigray ha causato un enorme numero di sfollati e rifugiati nei Paesi circostanti. Non si conosce l’esatta entità di questa crisi a causa dell’impossibilità per i media e il personale umanitario di raggiungere i luoghi del conflitto. Non mancano i raid di gruppi armati nei campi e la deportazione forzata di donne, bambini e anziani verso destinazioni sconosciute.

Ma di questo — come di tante altre crisi — la stampa internazionale preferisce non parlare.

di Luca M. Possati