L’altra faccia
dell’America

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18 giugno 2021

Il recente dibattito sull’efficacia di Frontex, l’agenzia che controlla le frontiere dell’Unione Europea, ha riportato all’attenzione del pubblico il cruciale problema della gestione dei flussi migratori. Questa sfida, di sostanziale importanza, non coinvolge però solo Bruxelles e il Mar Mediterraneo. Vi è infatti anche un’altra regione del mondo che, seppure con dinamiche differenti, cerca di fare fronte alle stesse problematiche contemporaneamente all’Europa: l’America Latina.

Il continente sudamericano ospita al momento oltre 30 milioni di migranti, un numero pari al 5% della sua popolazione complessiva. I flussi migratori in America Latina sono inoltre in costante aumento, in virtù dei radicali cambiamenti avvenuti nel corso dell’ultimo ventennio. Un tempo meta di immigrazione e caratterizzata da emigrazioni di piccola portata e quasi esclusivamente extra regionali, dai primi anni del xxi secolo la regione è diventata invece teatro di imponenti movimenti migratori in uscita, e prevalentemente interni alla regione. Lo scorso decennio ha registrato infatti un aumento del 40% nel numero di migranti rispetto a quello precedente. Queste persone, fra le quali vi sono anche numerosi bambini e anziani, vivono in condizioni estremamente svantaggiate, caratterizzate dalla mancanza di accesso ai servizi di base come l’assistenza sanitaria, l’acqua e l’istruzione.

Le ragioni di questi imponenti flussi migratori sono molteplici. In primo luogo, vi sono le difficili condizioni socioeconomiche comuni a molti Paesi della regione. L’America Latina è infatti segnata da un elevato tasso di disuguaglianza, aggravatosi ulteriormente a causa del devastante impatto della pandemia da covid-19, che in media ha ridotto il pil del continente del 9% nel 2020. In secondo luogo, vi sono le violenze perpetrate dalle organizzazioni criminali, che risultano essere causa del 30% delle migrazioni. Infine, vi sono le frequenti calamità naturali che si abbattono su alcuni Paesi, provocando numeri impressionanti di sfollati.

Tali condizioni fanno sì che la maggior parte di questi migranti vengano considerati rifugiati, in base alla definizione fornita dalla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984: «Persone che sono fuggite dal proprio Paese perché la loro vita, sicurezza, o libertà sono state minacciate da violenze generiche, aggressioni esterne, conflitti interni, gravi violazioni dei diritti umani o altri eventi che hanno gravemente compromesso l’ordine pubblico».

Alcuni analisti hanno identificato tre flussi migratori ben distinti in America Latina: uno circolare interno, uno verso l’esterno e uno legato al caso specifico del Venezuela.

Il primo riguarda i movimenti di migranti sulla cosiddetta “Ruta Andina”, il percorso che collega i Paesi andini alla più ricca parte meridionale del continente. Questi migranti, che costituiscono il gruppo più numeroso nella regione, provengono principalmente da Colombia e Paraguay, e cercano di raggiungere Brasile, Argentina e Cile.

Il secondo flusso comprende i migranti, provenienti per la maggior parte da El Salvador, Guatemala, Nicaragua e Honduras, che si dirigono verso l’America Centrale, cercando di raggiungere il Messico per poi entrare negli Stati Uniti. Nonostante la chiusura delle frontiere a causa dell’emergenza sanitaria, questo flusso ha registrato l’aumento più rilevante in anni recenti, andando a rappresentare una notevole sfida anche per le ultime amministrazioni statunitensi. A incrementare ulteriormente le emigrazioni dai Paesi sopra citati sono stati i due disastrosi uragani del 2020, che hanno provocato decine di migliaia di sfollati.

L’Unicef ha riportato che il numero di bambini che attraversano la pericolosa foresta di Darién, al confine fra Colombia e Panamá, è aumentato di 15 volte fra il 2017 e il 2020. Una sparuta minoranza di questi migranti cerca anche di raggiungere l’Europa, dove Spagna e Italia sono le destinazioni principali.

Il caso del Venezuela viene invece considerato a sé stante per via della drammatica situazione in cui versa la repubblica sudamericana. La pandemia ha infatti aggravato ulteriormente il malessere della popolazione rispetto alle gravi problematiche interne del Paese dove alla crisi politica si aggiungono gli impressionanti livelli di corruzione, l’elevatissima inflazione, la mancanza di beni primari quali cibo, acqua, medicinali ed elettricità, e il crescente potere, in alcune regioni, dei cartelli criminali. Tutti questi fattori hanno causato negli ultimi anni un esodo di massa dal Venezuela verso i Paesi limitrofi. Al momento vi sono oltre 5,6 milioni di rifugiati venezuelani nel mondo, la più grande popolazione di migranti al mondo dopo i siriani. L’80% di questi si trova in America Latina, e in particolare in Colombia, che ne ospita più di 1,8 milioni.

La situazione dei rifugiati venezuelani è stata oggetto di una conferenza internazionale organizzata, lo scorso 17 giugno, dal Canada, dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), dove il rappresentante speciale per i rifugiati e i migranti venezuelani, Eduardo Stein, ha esposto la preoccupazione che questa tragedia possa diventare una “crisi dimenticata”.

La situazione dei migranti in America Latina è resa ancora più difficile dalle attività dei numerosi cartelli criminali e guerriglieri, alle quali essi sono particolarmente esposti per via delle loro precarie condizioni. Molti migranti subiscono infatti violenze di diverso genere o vengono coinvolti nel traffico di esseri umani.

Inoltre, essi ricevono in alcuni casi un’accoglienza ostile. L’elevata polarizzazione politica della regione, unita alla mancanza di un’efficiente organizzazione sovranazionale e alla presenza di numerosi movimenti populisti, ha infatti creato un diffuso clima di diffidenza verso i migranti, molti dei quali hanno denunciato episodi di razzismo e xenofobia. In questo contesto, sono da sottolineare gli sforzi della Colombia il cui governo ha approvato uno Statuto Temporaneo per i migranti venezuelani in Colombia della durata di 10 anni, volto a regolarizzare la situazione della grande massa di rifugiati e migranti venezuelani nel Paese. Altri Paesi della regione stanno valutando la possibilità di adottare misure simili.

di Giovanni Benedetti