Riflessioni sugli eventi che seguirono la Pentecoste

Il tempo della pietà

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16 giugno 2021

Gli eventi che seguirono la Pentecoste (cfr. Atti degli apostoli, 2, 1-13) furono una somma di fatti e parole carismatiche che segnarono la vertiginosa dinamica temporale nella vita della Chiesa nascente. In quegli avvenimenti fondanti, la figura dell’apostolo Pietro acquista spessore aprendo la via, con la guida e l’ardore pentecostale, alla visione missionaria ed esistenziale di quel nuovo kairos nel regno di Dio. Il tempo del popolo di Dio dopo l’avvento del Paraclito promesso. All’acceso discorso iniziale (cfr. Atti degli apostoli, 2, 14-40) segue un incontro carico di simbolismo temporale, evangelico e universale: quello con lo storpio fin dalla nascita e la sua guarigione (cfr. Atti degli apostoli, 3, 1-10). Si tratta della guarigione di un uomo che, all’età di quarant’anni, conosceva solo l’opzione della compassione alle porte del tempio. L’orizzonte temporale passato, presente e futuro di quell’uomo si riassumeva in ogni secondo della quotidianità alla ricerca di una sola cosa: l’elemosina. Per quel buon uomo, il giorno dell’incontro con gli apostoli Pietro e Giovanni sorse come una giornata qualunque nella sua dolorosa routine quotidiana. Tuttavia, quel giorno sarebbe accaduto nella sua vita un fatto che l’avrebbe cambiata per sempre. Un istante di eternità, una goccia d’infinito definito come una carezza della suprema carità pentecostale. Come diceva William Blake, «il tempo è il dono dell’eternità». E per quell’uomo, simbolo di un’umanità paralizzata, era giunto il presente spirituale del bene supremo della carità cristiana.

A questo punto è opportuno citare le recenti parole di Papa Francesco: «Il primo consiglio dello Spirito Santo è: “Abita il presente”. Il presente, non il passato o il futuro. Il Paraclito afferma il primato dell’oggi, contro la tentazione di farci paralizzare dalle amarezze e dalle nostalgie del passato, oppure di concentrarci sulle incertezze del domani e lasciarci ossessionare dai timori per l’avvenire. Lo Spirito ci ricorda la grazia del presente. Non c’è tempo migliore per noi: adesso, lì dove siamo, è il momento unico e irripetibile per fare del bene, per fare della vita un dono. Abitiamo il presente!» (Omelia di Pentecoste, 23 maggio 2021).

L’uomo del racconto citato nel secondo trattato di san Luca si liberò dal vedere la vita dal lato esterno dell’integrazione sociale. La vita che poteva vedere dal di fuori delle porte del tempio di Dio. Un’esclusione che significava molto più di una limitazione religiosa. Rappresentava l’impossibilità di percorrere l’esistenza in modo integrato nel campo sociale, lavorativo e comunitario. In definitiva, lo scarto dalla sua dignità integrale come figlio di Dio. Per questo la prima cosa che fa, dopo la guarigione, non è tornare a casa sua, ma entrare nel tempio. Era il simbolo del momento sublime ed eterno che significava il suo reinserimento nella vita nella sua espressione più completa. Quell’uomo è anche parabola viva e attuale della paralisi di un intero popolo, prostrato alle porte della fede vivificante, rendendo terribilmente normale l’attesa del timore della compassione nelle briciole di una società dello scarto e dell’esclusione. Perciò questo miracolo operato dallo Spirito santo per mano degli apostoli restituisce a quell’individuo e a tutta l’umanità, in senso simbolico, la sua dignità, integrità e uguaglianza nella vita sociale, religiosa e comunitaria. Nel miracolo dello storpio non c’è posto per teorie, ideologie o sermoni astratti. Dinanzi agli occhi di tutti c’era il mendicante invalido ormai guarito e pieno di gioia. Un potere nuovo, che non è quello del denaro, si è manifestato in mezzo a tutti. Un potere pentecostale ecclesiale che genera il movimento dell’eterno in un istante preciso e sublime di profonda carità.

Jorge Luis Borges, al culmine della sua dissertazione sul tempo, disse: «Se il tempo è l’immagine dell’eternità [Platone], il futuro sarebbe il movimento dell’anima verso l’avvenire. L’avvenire sarebbe a sua volta il ritorno all’eternità. La nostra vita è così una continua agonia. Quando san Paolo disse: “Muoio ogni giorno”, non era un’espressione patetica la sua. La verità è che moriamo ogni giorno e che nasciamo ogni giorno. Stiamo morendo e nascendo di continuo. Per questo il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Perché gli altri sono astratti. Quello del tempo è il nostro problema. Chi sono io? Chi è ognuno di noi? Chi siamo? Forse un giorno lo sapremo. Forse no. Ma nel frattempo, come disse sant’Agostino, la mia anima arde perché desidera saperlo» (Il tempo, 23 giugno 1978).

Nei momenti previ alla guarigione dello storpio, due movimenti corporei acquistano enorme importanza: incontrare lo sguardo e toccare il corpo del bisogno presente del sofferente. Gli apostoli Pietro e Giovanni, affermando di non possedere beni materiali, gli chiedono di guardarli, di guardarsi tra di loro. Non hanno denaro, hanno un Nome, e nel nome di quel Nome gli dicono: «Alzati e cammina!». Poi lo prendono per mano, aggiungendo all’immagine eterna il contatto fisico come simbolo fondamentale della guarigione integrale che onora il nome di Gesù. Questo sguardo e questo contatto sono anche simboli dell’urgenza che la Chiesa nata a Pentecoste continui a peregrinare portando la carità, senza perdere di vista e senza smettere di abbracciare le persone e il popolo povero e fedele bisognoso di questi istanti di infinita guarigione.

Per concludere, vorrei citare il pensiero dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio su questo bisogno di guardare e toccare, che, sebbene espresso più di dieci anni fa, ha poi ribadito diverse volte come Papa Francesco, e il suo racconto di un aneddoto personale: «Quando si crea un dialogo spirituale con una persona, io sono solito chiederle se fa l’elemosina. Se mi dice di sì, le faccio due domande ed è curioso come la maggior parte esiti: “Guarda negli occhi la persona a cui fa l’elemosina?”. Dopo averci pensato un momento, generalmente rispondono: “No”. E la seconda domanda è: “Qualche volta ha toccato la mano della persona a cui fa l’elemosina?”. E la risposta è: “No, non gli ho mai toccato la mano”. La carne non c’è, do qualcosa a un bisognoso che non guardo negli occhi e che non tocco, per precauzione. Voglio raccontare un aneddoto personale del 1980 più o meno, quando ero rettore della facoltà Máximo di San Miguel. Un sabato d’inverno, di pomeriggio, mi chiamano dalla portineria per dirmi che c’era una signora che voleva parlarmi. Andai a vederla e mi disse che aveva sette figli, che viveva in una casilla, cioè una sorta d’insediamento che si trovava a circa quattro isolati da lì, e che i bambini avevano fame e freddo. Mi toccò profondamente e le dissi: “Signora, facciamo una cosa, venga lunedì che è aperto l’ufficio della Caritas e le daremo qualcosa”. Quella donna mi guardò con sguardo addolorato, ma non aggressivo, e con coraggio di madre, mi rispose: “Padre, i miei figli hanno fame oggi, non lunedì”. Mi pervase la vergogna…. E naturalmente le dissi: “Attenda un momento signora”. Mi recai dentro, alla dispensa, afferrai tutto quello che potei, persino alcune coperte, gliele portai e le dissi: “Torni lunedì”. È curioso, quella donna continuò a venire e per me quel ricordo ha rappresentato una visita del Signore che mi “aveva schiaffeggiato”. Dobbiamo fare attenzione a non addormentarci, che il Signore ci mandi sempre questi profeti quotidiani che “ci schiaffeggiano” con una parola» (Biblia, diálogo vigente- Bergoglio, Skorka, Figueroa, Editorial Planeta, pagine 47-48).

di Marcelo Figueroa