Una vexata quaestio

Marc’Aurelio e i cristiani

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12 giugno 2021

In questo 19° Centenario della nascita di Marco Aurelio (121 d.C.-2021), in pieno corso anche se dimenticato da Campidoglio e istituzioni, oltre a rileggerne gli immortali Pensieri, il capolavoro filosofico antico più vicino alla spiritualità e all’etica cristiane, la cosa più giusta è forse approfondire certi aspetti ancora poco noti o non del tutto acclarati della figura, del percorso e dell’opera del grande autore e imperatore romano. Uno di questi, tra i più notevoli se non il primo della lista, è il suo rapporto col cristianesimo, allora arrivato alla terza o quarta generazione e con il canone biblico, specie il NT, ancora non definitivo. Una religione giovane, insomma.

Ci può essere più d’una via per approcciare il tema. Una è partire dalle persecuzioni. I manuali di patrologia, storia del cristianesimo e anche di storia dell’antichità e del tardoantico, come pure molti storici romani e biografi come il classico Anthony Birley e il più recente Augusto Fraschetti, presentano Marco Aurelio come un grande persecutore di cristiani, al pari di Nerone, Valeriano o perfino Diocleziano. Efferato addirittura, feroce lo definisce Augusto Traina in un recentissimo lavoro, alludendo soprattutto alla strage di Lione del 177, dove morirono decine di fedeli di Lione-Vienne sbranati dalle belve o arsi su graticole nell’arena delle Tre Gallie, di cui resta qualcosa. Mentre i cives Romani come il medico Attalo furono decapitati iuxta legem, com’era stato per Paolo ad Aquae Salviae, sulla Laurentina, nel 67 d.C. Ma nel pubblico sadico e urlante non c’era l’imperatore, ch’era invece nella reggia sul Palatino, da dove aveva risposto al legato provinciale ricorso a lui per chiedergli appunto come giustiziare i cittadini romani. E Marco Aurelio gli aveva risposto dicendogli di rispettare la legge. Questa e solo questa è la misura del coinvolgimento del penultimo Augusto degli Antonini nella più cruenta e cospicua persecuzione avvenuta sotto di lui. La quale perciò va attribuita e alla responsabilità di legato, giudici e militari e alla pressione della folla pagana, in crisi di astinenza da ludi per via dei tanti gladiatori chiamati a combattere sui fronti caldi e affamata di giochi e di sangue.

Ancora minore è il ruolo di Marco in altri episodi persecutòri del suo tempo. Parlo del martirio di Giustino e compagni, decapitati a Roma nel 165; del supplizio del vescovo Policarpo, arso e poi sgozzato nell’arena di Smirne nel 167 e infine del sacrificio di Sperato e 11 cristiani di Scili, in Africa Proconsolare, decapitati a Cartagine nel 180. Nel primo caso Marco non c’entra perché a condannare Giustino è il Praefectus Urbi Giunio Rustico, maestro di filosofia stoica dell’imperatore e da lui molto ammirato, amato e rispettato, sicché mai Augusto avrebbe discusso o annullato una sua sentenza. Quanto alla morte di Policarpo, oltre alla sua fede si deve soprattutto alla diffidenza dei Romani per Montano e il suo movimento eretico, nato in Lidia e pericoloso perché ribelle e antiromano. In Policarpo il proconsole Stazio Quadrato mira più che altro a colpire il pericolo montanista, e per farlo non c’era da attendere ordini o permessi da Roma. Infine i martiri di Scili morirono il 17 luglio 180, 4 mesi dopo la scomparsa di Marco. È vero che l’imperatore poteva aver firmato l’avallo all’esecuzione prima di allora, visto che le carte fino a luglio non potevano arrivare a Cartagine essendo la navigazione lecita solo d’estate. Ma tutto ciò non lo rivela alcuna fonte, senza contare che Marco Aurelio allora era in altre faccende affaccendato sul limes danubiano.

Dunque è difficile discernere precise responsabilità etico-politiche a monte degli eventi persecutòri anticristiani avvenuti nel 161-180. Ma lui, Marco, che pensava dei cristiani? Non ne parla (quasi) mai. Un solo paragrafo ( xi ,3), corto ma decisivo, è chiaro, egli dedica loro. Dove dice in sostanza che i cristiani vanno incontro alla morte con superficialità (usa una metafora: armati alla leggera) e anche con un atteggiamento esibizionistico, “in modo teatrale” (tragódos). Giudizio onestamente non solo ingeneroso ma, esso sì, superficiale. Non degno di Marco Aurelio, si direbbe. Chiaro che le Apologie di Melitone di Sardi, Apollinare, Giustino e Atenagora, a lui dirette e così piene di dottrina, questo persecutore involontario dei cristiani non le ha neanche sfogliate!

di Mario Spinelli