A cinque anni da «Quo Vado», grande successo cinematografico diretto da Gennaro Nunziante

Tra Checco
e il Pietro apocrifo

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11 giugno 2021

Compie quest’anno 5 anni Quo Vado, uno dei maggiori successi del cinema italiano, firmato dal regista Gennaro Nunziante e dal comico Checco Zalone. Trattasi delle disavventure vissute da un pubblico dipendente per salvare il proprio posto di lavoro, da cui dovrebbe dimettersi a causa di una riforma della pubblica amministrazione, in cambio di una piccola buonuscita. Un film che già appariva incentrato sulla conversione del protagonista «da prospettive autocentrate alla logica del dono» (Sanavio) e che negli anni si è rivelato essere una fiaba sull’amore che salva, capace di evocare significati ulteriori se pensati a partire dalla relazione tra il titolo del film e la locuzione Domine, quo vadis? degli (apocrifi) Atti di Pietro.

Forti anche del fatto che Nunziante ha legato la sua comicità «cristiano-cattolica» a una «conversione adulta» frutto di «un percorso di grande dolore», ci siamo domandati se il personaggio di Checco fosse paragonabile al Pietro (apocrifo) fuggito da Roma mentre i cristiani venivano ricercati quali colpevoli dell’incendio del 64. Entrambi compiono una scelta di vita egoistica in un contesto di persecuzione: Pietro, volendo sopravvivere un attimo ancora, fugge la morte in croce; Checco insegue il posto fisso, evitando l’inquietudine di una vita in ricerca che comporterebbe la morte del proprio mondo: ai suoi occhi sereno e appagante, ma in realtà maschilista, incapace d’ascoltare altri che sé e dove il bene è «educazione» sì, ma alla reciprocità del dono avvelenato, al vedere l’altro come mezzo dei propri fini, al contro-evangelico stare a tavola per essere servito (Luca 22, 27).

Se Nerone è ritenuto il responsabile della persecuzione cristiana, nel film è il ministro riformista, la dottoressa Sironi, a incarnare il potere dal «fascino letale», «arido» e «crudele» verso gli scarti prodotti in nome di un ammodernamento solo in apparenza rispettoso delle categorie più deboli. E come non vedere la figura dell’«angelo» tentatore nell’anziano senatore della prima repubblica che, con la sua religione del «posto fisso è sacro!», aiuta Checco a perseverare nella scelta egoistica? In ciò sostenuto dai genitori e dalla prima fidanzata di Checco, sempre pronti ad alimentare il suo «io»: perché il male, quello vero, è dotato di «una forte propensione all’adattamento e al sacrificio», e diventa strutturale grazie a tanti piccoli atteggiamenti valutati giusti o insignificanti. Su tutti, la modalità violenta, pur coperta da una patina comica, di relazionarsi con le persone diversamente abili: scarto o risorsa a seconda del proprio interesse.

D’altra parte, il male pensato contro qualcuno può essere convertito in bene. Su questo versante, il primo personaggio che incontriamo è Valeria, la donna che diventerà la compagna di vita di Checco. È lei che, a costo di «rescindere» la loro feconda storia d’amore, esorta Checco a distaccarsi dal proprio orticello, a scoprire i suoi veri «talenti», per una vita improntata alla legalità e consapevole che «il mondo è il posto di tutti». Se poi pensiamo allo scandalo che provoca in Checco e nei suoi genitori la vita affettiva di Valeria (già madre di tre figli con tre padri diversi), ecco venire in mente la figura evangelica della Samaritana.

Ma allora, nel film, chi è quel Gesù che il Pietro (apocrifo) avrebbe incontrato sulla via Appia? Nel finale diventa evidente che la causa decisiva della conversione di Checco è Ines, la bambina da lui concepita con Valeria e che, per il suo stile di vita, rischia di non vedere più. Chiamata con un nome che per Valeria evoca purezza, mentre per Checco rappresenta un acronimo (Istituto Nazionale Ente Statale) — come (non a caso?) l’I.N.R.I. scritto sulla croce — sarà lei il piccolo evangelico che motiva definitivamente Checco a vincere le ultime tentazioni, a rinunciare al «posto fisso» in patria e a farsi carico dei bisogni vitali (i vaccini) di altri piccoli, nati come Ines in uno sperduto villaggio africano.

Qui diventa chiaro che i paesaggi della natura attraversati da Checco evocano i passaggi della sua «anima». La terra natia rappresenta la vita egoistica, mentre i luoghi in cui Checco insegue il posto fisso — da Lampedusa alla Val di Susa — ci restituiscono la baldanza di chi è indifferente ad alcuni degli attuali problemi socio ambientali più gravi. Saranno i luoghi norvegesi a essere per Checco il fondo ghiacciato (come quello dantesco) del suo Inferno, il punto di svolta in cui viene messo in croce il suo egoismo. Non è un caso che in questo momento di massima disperazione il simbolo della bandiera norvegese, colpito dall’ira di Checco, perda un chiodo e si trasformi in una croce: supplizio e salvezza, perché di fronte a essa Checco prega Gesù di inviargli «un segno di vita», che sarà incarnato da Valeria. Una richiesta, però, volta a soddisfare i propri impulsi e non ancora un atto di ringraziamento per i doni ricevuti, come invece nella preghiera a cena mostrano di aver compreso i bambini di Valeria. Perciò la vita da neoconvertito in Norvegia si rivelerà insopportabile, nonostante sia moralmente ordinata, pulita, legale e politicamente corretta — dunque «civile», in quanto non ancora percepita come una vita anche bella e godibile.

Il ritorno in Italia, quindi, coinciderà con la ricaduta in una vita ai limiti della legalità, resa poi arida e pignola dall’addio di Valeria. «È solo quando le cose le perdiamo che cominciamo a riconoscerne il valore»: sarà dunque in Africa che Checco compirà il suo cammino di conversione. Dapprima, a causa di un imprevisto nella savana, prigioniero di una tribù che lo libererà solo quando avrà vissuto senza mentire il momento della confessione — doloroso, quasi mortale — per la «misera» vita condotta. Quindi, vivendo nel villaggio africano la sua educazione a una vita buona e altruista, ma finalmente anche bella e godibile.

E la dottoressa Sironi? Personaggio speculare a Checco, dalle sue lacrime finali di commozione se ne intuisce un’incipiente conversione alla generosità, messa in moto dal sorriso luminoso dei bimbi africani che hanno potuto vaccinarsi grazie al denaro da lei aggiunto alla buonuscita di Checco. Per questo ruolo, il candidato neotestamentario è soprattutto Paolo: in principio esecutore di una persecuzione legittimata dal potere, per poi giungere a un radicale cambiamento del «cuore» grazie all’illuminazione di Gesù.

D’altronde, ricorda Nunziante, nel cinema e nella vita si tratta di «spostare un po’ più in là la domanda: «Dove stiamo andando?». Il lieto fine di Quo vado è allora veramente una cifra esistenziale: dal dolore provato e causato, dall’errare umano, se ne esce insieme, sorridendo dei difetti altrui perché in fondo specchio dei nostri, sino a riconoscere — con la Sironi — quanto «è bello dare una mano agli altri». Impossibile? Non secondo Nunziante, perché «a parte la risurrezione di Gesù credo in poco altro».

di Sergio Ventura