Conclusa la visita della Commissione interamericana per i diritti umani

Sempre più distanza
tra le parti sociali
e il governo colombiano

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11 giugno 2021

La crisi e la distanza tra manifestanti e istituzioni colombiane sembrano crescere giorno dopo giorno, e si alimentano nell’incapacità di ascoltarsi e trovare punti su cui costruire accordi. Accordi che in passato, spesso, quando raggiunti, non sono stati rispettati. Come nello sciopero nazionale del 2019, quando il governo aprì vari spazi di dialogo con diversi settori della società, ma poi nulla di quanto discusso fu preso in considerazione per presentare soluzioni sostanziali. O, ancor peggio, come nei negoziati tentati per tre settimane in questa occasione: le parti, nonostante la mediazione delle Nazioni Unite e della Chiesa cattolica, non hanno chiuso nemmeno l’accordo preliminare, delineato dalle parti sociali il 24 maggio e non accettato dal governo, che avrebbe dovuto garantire proteste pacifiche, e aprire la strada ai veri tavoli delle trattative. Il nodo non sciolto sarebbe stata la completa rimozione dei blocchi richiesta dai rappresentanti dell’esecutivo colombiano.

Oggi l’elemento mancante è la fiducia su cui poggiare la possibilità di una ripartenza congiunta. Questa mancanza di fiducia, al momento, sembrerebbe essere ciò che spinge migliaia di colombiani a continuare nelle proteste. Sebbene molti, all’interno del Comitato nazionale dello sciopero, anche dopo aver incontrato la delegazione della Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr), abbiano convenuto che occorre un cambiamento nelle modalità di protesta, al fine di salvaguardare l’incolumità dei giovani manifestanti e delle forze dell’ordine.

I membri della Iachr sono arrivati domenica scorsa in Colombia, e da martedì hanno iniziato una visita durata tre giorni nel Paese. Nella prima giornata si sono svolti incontri privati con il presidente Iván Duque a Bogotá, rappresentanti del governo e di vari ministeri, nonché con la società civile nella capitale del Paese e nella città di Cali, dove si sono verificati i maggiori incidenti nelle proteste. Qui, l’ultimo tragico episodio è stato sabato scorso, quando quattro giovani sono stati uccisi a colpi di fucile e altri venti sono stati feriti al Paso del Comercio, nel corso di un’operazione delle forze speciali antisommossa (Esmad).

La Iachr ha raccolto materiale per esaminare le accuse che ricadono principalmente sugli agenti di polizia per l’uso sproporzionato e indiscriminato di armi da fuoco, violenza e aggressioni ai manifestanti, con almeno un centinaio di casi di sparizioni che restano aperti, nonché episodi di abusi contro la stampa.

Sulle denunce contro la forza pubblica, davanti alla Commissione, il governo ha voluto precisare che la Colombia è un Paese in cui lo stato di diritto e la forza delle istituzioni sono garanzie di rispetto dei diritti umani, della protesta pacifica, così come della giustizia. Pertanto, il governo colombiano, tramite la vice presidente e ministro degli Esteri, Marta Lucía Ramírez, ha ribadito che avrebbe garantito l’accesso a tutte le informazioni necessarie affinché la missione potesse svolgere il suo lavoro.

Sempre nella prima giornata della visita della Iachr, le ong Temblores, Indepaz e Paiis hanno consegnato un rapporto ai membri della delegazione sull’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine contro la società civile in Colombia. Dal documento delle tre organizzazioni emergerebbe che, durante le proteste, almeno venti persone sono state uccise da colpi di arma da fuoco sparati dalla Polizia. Dall’inizio delle proteste, poi, si sono contati settantaquattro morti, di cui quarantacinque sarebbero imputabili alle forze dell’ordine. Secondo i dati della Procura, invece, sarebbero almeno venti le persone che hanno perso la vita nelle manifestazioni e 180 le indagini avviate contro agenti per presunti illeciti disciplinari, di cui tredici per omicidio.

di Fabrizio Peloni