Giuseppe Taliercio raccontato da Pierluigi Vito

La mansarda dimenticata

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04 giugno 2021

In Italia sono tanti i luoghi — nelle nostre città, nelle nostre memorie, nelle nostre coscienze — sigillati e inaccessibili, che invece andrebbero aperti, arieggiati, visitati e finalmente compresi. Uno di questi è la mansarda di Tarcento, poco sopra Udine, nella quale per 47 giorni tra maggio e luglio del 1981 fu sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse un uomo il cui nome a troppi non dice più nulla: Giuseppe Taliercio.

A spalancarne finalmente la porta, dopo quarant’anni, ci ha pensato Pierluigi Vito, giornalista di Tv2000, con I prigionieri (Viterbo, Augh! Edizioni, 2021, pagine 258, euro 15).

Ingegnere, direttore generale del petrolchimico Montedison di Porto Marghera, Taliercio finì nell’obiettivo della colonna veneta delle Br perché ritenuto responsabile delle morti sul lavoro avvenute in quegli anni nello stabilimento.

Il suo fu un rapimento quasi annunciato: un anno e mezzo prima era stato assassinato il suo vice, Sergio Gori, e poco dopo il poliziotto incaricato di indagare sul suo omicidio, Alfredo Albanese. Ma la sua fu anche una morte quasi subito dimenticata, schiacciata persino nella cronaca di quelle settimane da due avvenimenti rimasti invece impressi nell’immaginario del Paese: l’attentato a Giovanni Paolo ii e la tragedia di Alfredino Rampi.

E qui sta il merito principale di Vito: quello di scavare con la cura sistematica di un archeologo nella storia di quest’uomo mite per portarne alla luce, uno dopo l’altro, gli strati nascosti della sua personalità.

Taliercio era un marito innamorato, era il padre tenerissimo di 5 figli, era un professionista rigoroso per il quale, prima di ogni cosa, veniva la dignità del lavoro e dei lavoratori. Era, soprattutto, un cristiano semplice ed evangelicamente radicale, cresciuto e diventato adulto nella fede nell’Azione cattolica del concilio. E sono le sue parole, le sue preghiere, a illuminare il racconto di una luce potente, che restituisce ai fatti tutto il loro valore, il loro senso più autentico. Viene così a galla l’insensatezza profonda e insostenibile di tutta quella violenza, pagata fino in fondo da un innocente che nemmeno i suoi assassini riescono davvero a odiare, perché non possono.

Le pagine del libro ricostruiscono con accuratezza il clima di quell’Italia, ne rievocano i sentimenti, le paure, le canzoni, e così Vito, scardinando finalmente l’ingresso del covo brigatista, ci mette davanti alla verità: i carnefici, tra quelle mura, sono imprigionati più della loro stessa vittima. Che con la sua testimonianza silenziosa ed eloquente insieme incrina il granito delle loro certezze, e anche senza riuscire a opporsi alla condanna a morte, cambia comunque il corso degli eventi.

I prigionieri, dunque, finisce per essere qualcosa in più di un’eccellente prova narrativa: è un atto di giustizia, per la memoria ingiustamente impolverata di Taliercio e per la coscienza acriticamente addormentata di un Paese che non ha ancora finito di fare i conti con gli anni di piombo, ma che ne ha un bisogno indifferibile.

di Simone Esposito