Tanti i sacerdoti e i religiosi indiani che hanno perso la vita assistendo i contagiati

Come il Buon Pastore

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02 giugno 2021

La comunità cattolica indiana ha pagato un prezzo altissimo per il suo impegno instancabile accanto ai malati di covid, alle persone contagiate e a quelle emarginate e vulnerabili. Il numero dei sacerdoti morti ha già superato quota 200 mentre quello delle religiose è andato oltre le 210 unità e la lista si allunga con cadenza quasi quotidiana. Accanto a loro, hanno perso la vita tre vescovi e migliaia di catechisti e laici, donne e giovani che hanno scelto volontariamente di donare se stessi con puro spirito di carità cristiana, restando accanto a chi soffre o ai malati terminali. La maggior parte di loro ha contratto il virus — rivelatosi letale in una nazione che notoriamente ha subito più di altre al mondo i tragici effetti della pandemia — proprio perché non ha voluto sottrarsi al servizio pastorale, apostolico, sociale, caritativo. Scegliendo con lucida consapevolezza umana e spirituale di correre il rischio pur di garantire la vicinanza fisica e spirituale ai sofferenti. Unendosi, cioè, alle “persone in prima linea”, medici e infermieri che curano i malati. Va notato, a tal proposito che la rete degli ospedali e dei centri sanitari cattolici in India è tra le più diffuse e attrezzate, e costituisce orgogliosamente una parte importante della rete sanitaria pubblica, soprattutto nelle aree rurali. In queste strutture gli operatori sanitari, i religiosi, i volontari cattolici hanno continuato a svolgere un lavoro che è identificato come autentica missione evangelica, pur rischiando di contrarre il covid.

«Sono scioccato per l’enorme perdita subita dalla Chiesa in India», racconta a «L’Osservatore Romano» padre Suresh Mathew, sacerdote e frate cappuccino, direttore della rivista «Indian Currents» che si è assunta il compito di aggiornare l’elenco degli operatori pastorali scomparsi a causa del morbo. Il Paese conta circa 20.000 sacerdoti cattolici, tra diocesani e religiosi. Le suore, invece, sono circa 103.000. Tra i religiosi deceduti, di numerose congregazioni maschili e femminili, molti al di sotto dei cinquant’anni, spiccano i gesuiti, con 36 vittime e le missionarie della carità che hanno perso 14 religiose dal sari bianco. Le suore di Madre Teresa di Calcutta, d’altronde, sono tra le consacrate che fanno della vicinanza agli “ultimi tra ultimi”, ai derelitti e ai moribondi il centro della loro missione, nella certezza che Cristo si fa presente in ognuno di loro. E i seguaci di Ignazio di Loyola in India sono altrettanto noti per il loro servizio di promozione umana con i poveri, gli indigeni, i tribali, gli esclusi, i fuori casta. Molti sacerdoti hanno voluto, poi, continuare ad amministrare i sacramenti, per non far mancare il sostegno spirituale ai fedeli. Altri, operando in zone rurali, non hanno avuto accesso a cure ospedaliere adeguate, disponibili in città più grandi.

«Guardando a questa tragica perdita con fede, possiamo dire che ora sono in paradiso. Hanno donato se stessi, sono stati per molti poveri figura del Buon Pastore che ama e si prende cura delle sue pecore», dice padre Suresh. E conclude: «La nostra vita è un dono di Dio. La restituiamo a Lui nel servizio gratuito al prossimo, ai bisognosi, ai sofferenti». (paolo affatato)