Udienza generale - La cronaca
Il Papa bacia il braccio con il marchio della prigionia di Lidia Maksymowicz,
sopravvissuta a Birkenau agli esperimenti di Mengele

Numero 70072

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26 maggio 2021

Lidia Maksymowicz si è presentata a Papa Francesco mostrandogli il braccio con marchiato il numero 70072. «Avevo 3 anni — racconta — e appena entrata nel lager di Birkenau, uno dei campi di Auschwitz, mi hanno strappato dall’abbraccio di mia mamma per trasformarmi in una cavia del “dottor” Mengele».

Lidia, anzitutto, sorride mentre slaccia il polsino della camicia per arrotolare la manica e mostrare quel marchio a Francesco. E il Papa, profondamente commosso, ha baciato il braccio della donna, proprio laddove la carne porta impresso il tentativo di cancellarne, con il nome, l’identità.

Il gesto del Pontefice ha segnato l’udienza generale di mercoledì 26 maggio, nel cortile di San Damaso.

Quel marchio a Lidia glielo hanno vigliaccamente impresso quasi 80 anni fa, quando — era il 1942 — è stata “vomitata” da un vagone piombato sull’improbabile stazione ferroviaria di Birkenau. Subito, è il suo ricordo nitidissimo, «mi strapparono dall’abbraccio della mamma e mi marchiarono».

«Sì — dice — il mio nome è Lidia Maksymowicz, ma non dimentico che per tre anni, fino al 1945, mi chiamavano con il numero 70072: per questo mi presento sempre mostrando il braccio marchiato».

Per lei, donna di fede non c’è la questione del perdono a chi l’ha rinchiusa in un lager quando aveva 3 anni, usandola come cavia per folli esperimenti, tanto che ricorda benissimo il volto e il tono di voce del famigerato Mengele. «Non ho odiato i miei persecutori quando ero una bambina, non li odio adesso che ho più di 80 anni» afferma. «Se dovessi vivere pensando a odio e vendetta — aggiunge — farei danno a me stessa e alla mia anima, sarei malata perché l’odio ucciderebbe anche me come ha ucciso quegli uomini che hanno seminato morte».

Per questo, racconta, «la missione che ho scelto e che porterò avanti fino a quando vivrò è ricordare, parlare di quanto mi è successo. Raccontarlo soprattutto ai giovani, perché non permettano che accada mai più una cosa del genere».

Dopo la liberazione avvenuta nel 1945 Lidia — di origine bielorussa ma i suoi nonni erano di Wadowice, il paese natale di Karol Wojtyła — venne affidata a una famiglia polacca che l’ha cresciuta come una figlia. Era certa che la mamma fosse stata uccisa ad Auschwtiz «e invece una mattina del 1962 sentii bussare alla porta di casa e me la trovai davanti... Quando ci separarono violentemente nel lager mia mamma mi promise che, un giorno, sarebbe passata a prendermi. E ha mantenuto quella promessa».

A Francesco “la bambina che non sapeva odiare” — è il titolo di un documentario che ripercorre la sua vicenda — ha donato il fazzoletto che ricorda la sua prigionia, un rosario e un quadro (dipinto da Renata Rechlik) che la raffigura per mano alla mamma mentre entrano ad Auschwitz. Sono ritratte con un vestito di semplice eleganza perché la dignità non l’hanno persa. Neppure quando le hanno marchiate un numero sul braccio cercando di cancellarne i nomi.

Accanto a Lidia, nel cortile di San Damaso per incontrare il Papa c’erano, tra gli altri, un giovane con autismo e una famiglia che sta affrontando l’esperienza della malattia di un figlio. Con loro anche i protagonisti di progetti solidali. A partire dai rappresentanti dell’associazione Hand in Hand International e di “Run for Sla”, un’iniziativa sportiva che richiama l’attenzione sull’assistenza alle persone con la sclerosi laterale amiotrofica. Al Pontefice è stato anche donato un tavolo da “calcio balilla”, un gioco che l’associazione sportiva di Altopascio (Lucca) utilizza nella promozione dello “sport per tutti”. Con affetto, infine, Papa Francesco ha salutato i 22 bambini che, tra pochi giorni, riceveranno la prima Comunione nella parrocchia di Santa Maria del Popolo ad Altino, in provincia di Chieti. Sono qui, confida il parroco, per un pellegrinaggio che è esperienza di comunità.

di Giampaolo Mattei