Per un ricordo di Franco Battiato
«Stranizza d’amuri»

Amore e guerra un ossimoro diventato canzone

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19 maggio 2021

Gli archi aprono ventagli infiniti, cerchi concentrici che si dilatano fino all’orizzonte, il piano è l’insistenza di un pensiero ricorrente mentre la voce inconfondibile di Battiato intona la salmodia dolcissima di un ricordo lontano, come un suono di bordone che affonda lentamente in un’empatia ipnotica, mano a mano che si susseguono i versi della canzone. Registro “alto” e registro basso si intrecciano da subito in Stranizza d’amuri, un cameo delicato che si serve delle consonanti forti del dialetto catanese per togliere retorica e scontatezza a temi ad alto rischio di banalità come il primo amore e la crudeltà della guerra. La grande arte è sempre contemporanea, ma questo piccolo gioiello poco noto (rintracciabile comunque su Youtube, accompagnato dalle struggenti foto di Robert Doisneau e altri maghi dello scatto senza nome) in questi giorni di conflitti che tornano a infuriare, bombardamenti e macerie materiali e spirituali, è ancora più attuale. Le note del piano parlano di un volto giovane che affiora alla memoria: la scuola sta finendo, l’estate è alle porte e «man manu ca passunu i jonna / Sta frevi mi trasi ‘nda l’ossa», il pensiero di lei diventa ossessione «ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra», anche se fuori c’è la guerra, anche se fuori la gente continua a uccidersi, «’ccu tuttu ca fora si mori». L’incipit di Stranizza d’amuri è quanto di più impoetico si possa immaginare, parla di sterco e mosche sotto il sole, ma la vita è così, un impasto misterioso di bellezza e disgusto, di sublime e di orrore, di speranze che annegano nella tristezza per poi risorgere, più vive che mai. «Nel vallone di Scammacca / i carrettieri ogni tanto / lasciavano i loro bisogni / e i mosconi ci volavano sopra / andavamo a caccia di lucertole». È bello persino andare a scuola da quando c’è lei, che è diventata così importante, che illumina tutto con il suo esserci, «e quannu t’ancontru nda strata / Mi veni ‘na scossa ‘ndo cori / ’Ccu tuttu ca fora si mori». Una febbre di vita entra nelle ossa, più forte del male, più forte della morte; una “stranezza d’amore” che, ascoltata a poca distanza dalla scomparsa del suo autore, ha tutta la semplicità e la forza di un arrivederci.

di Silvia Guidi