Celebrata dal cardinale Parolin la messa di ringraziamento per la beatificazione di padre Jordan

Per una genuina
spiritualità biblica

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17 maggio 2021

«Se volete vedere un santo, andate alla cappella del Santissimo Sacramento nella basilica di San Pietro, dove padre Jordan viene a pregare ogni giorno». La testimonianza di Gervasius Werder, un confratello di padre Francesco Maria della Croce Jordan (1848-1918), ha “accompagnato”, domenica 16 maggio, la celebrazione — proprio nella basilica Vaticana — della messa di ringraziamento all’indomani della beatificazione del fondatore sia del ramo maschile sia del ramo femminile della famiglia salvatoriana.

Il rito è stato presieduto dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. E concelebrato da padre Milton Zonta, superiore generale della Società del Divin Salvatore — che alla fine della messa ha rivolto al porporato parole di gratitudine citando proprio la testimonianza del confratello Werder — e da numerosi salvatoriani.

«Sono lieto di unire la mia voce e il mio cuore alle vostre voci e ai vostri cuori — ha affermato, nell’omelia, il cardinale Parolin — in questo inno di lode e di esultanza, nel ricordo anche dei miei contatti con i padri salvatoriani del Venezuela: la gioia odierna accresce la gioia da loro sperimentata recentemente, insieme a tutto il popolo venezuelano, per la beatificazione del “medico dei poveri” José Gregorio Hernández. A loro, come a tutti coloro che ci seguono attraverso i mezzi di comunicazione sociale, vada il mio saluto fraterno e cordiale!».

«Attraverso la costante e amorosa meditazione della parola di Dio», ha ricordato il porporato, il nuovo beato «avvertì interiormente un forte appello, rivelatosi poi la specifica missione dei salvatoriani, e cioè approfondire e propagare la conoscenza di Gesù, quale vero e unico salvatore del mondo». Ora, ha rilanciato, «l’idea di fondare un’opera apostolica, animata da questa vocazione, divenne chiara in lui, allorché, trovandosi in Terra Santa, sentì risuonare nell’intimo con particolare intensità alcune parole iniziali della preghiera sacerdotale del Signore. Ispirandone la vita e l’opera missionaria, nel cuore del beato Jordan s’impresse soprattutto il versetto: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”».

In particolare il cardinale ha proposto una riflessione sulla «parola» e sull’«unità»: «Il primo termine (“parola”) — ha spiegato — indica la sorgente che alimenta la conoscenza di Gesù; mentre il secondo (“unità”) ne indica il frutto» .

«La conoscenza di Gesù — ha aggiunto il porporato — nasce e si approfondisce nell’ascolto della Parola di Dio, che è nelle Scritture. Non si diventa discepoli di Cristo senza un contatto amoroso e continuo con la Bibbia». Un contatto, ha precisato il segretario di Stato, «non dettato da una sorta di “dovere di ufficio”, ma da una familiarità che sente quotidianamente il bisogno di rinnovarsi, ritemprandosi al calore di una presenza amata». Per questo «il discepolo di Cristo, ancor prima di annunziarla agli altri, è uno che vive della Parola, che col passare degli anni ne avverte un crescente bisogno, che tra le pagine bibliche trova il suo maggiore conforto nonché tutto ciò che dà senso alla vita».

Sempre in riferimento alle letture proposte dalla liturgia, il cardinale ha fatto notare che «una comunità che avanza nella conoscenza di Gesù, gli dà sempre il primato nelle decisioni più importanti e delicate. I personalismi vengono messi da parte, le fazioni perdono vigore, mentre pareri diversi si avviano gradatamente verso un approdo concorde».

Proprio attraverso questa strada, ha fatto notare, «giungiamo al secondo punto della nostra riflessione, al tema dell’“unità” — l’essere una cosa sola — che sgorga naturalmente dalla conoscenza di Gesù: ne è, come dicevamo, il frutto. Siamo perciò nell’ambito non di una morale estrinseca delle “cose da fare”, ma della morale dei frutti».

Il «seme della vocazione apostolica» del beato Jordan «germinò dallo studio e dall’assidua meditazione della Parola di Dio», ha proseguito il cardinale Parolin. «La conoscenza di Gesù che abilita a testimoniarlo dappertutto — ha chiarito — inizia e si approfondisce sempre nel solco dell’ascolto orante della Parola di Dio; se ciò non avviene, agli altri potremo pure comunicare idee interessanti e geniali, ma non certo il buon profumo di Cristo».

«La conoscenza di Cristo, quale vero e unico salvatore del mondo, da trasmettere agli altri — ha concluso il segretario di Stato — esige in ogni tempo una genuina spiritualità biblica. È così che si forma l’uomo spirituale, il quale non è colui che aspira astrattamente a “beni superiori”, ma colui che vede e tratta secondo Dio i beni visibili, favorendo intorno a sé un clima di vera fraternità».