La scomparsa del benedettino Ghislain Lafont

Teologo libero
e monaco vero

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14 maggio 2021

Anche se padre Ghislain Lafont, benedettino, appariva sempre esile nella figura e gentile nello sguardo, anche se la sua andatura era sempre stata allo stesso tempo eretta e decisa, ma fragile e un poco esitante, si aveva sempre la percezione di una forza di pensiero, di un nerbo nella argomentazione e di una finezza di affetti davvero incontenibile. Non si potevano contenere. Ma lui aveva imparato a governarli, anzi quasi dissimulava la fatica porgendo la parola con un soffio appena accennato, con un tono lieve, con gesti delle mani controllati, calmi, fini, quasi oranti. È stato un teologo libero e un monaco vero, insieme classico e originale, con una austerità senza alcuna rigidità, povero e senza pretese, ma rigorosissimo nel pensare, nel considerare e anche nello sperare. Padre Ghislain sperava con cura, con una sistematica applicazione.

Era nato nel 1928, ma dopo la soglia del nuovo millennio fece sapere a tutti noi, suoi allievi e suoi amici, che era mancata la sua mamma e che al funerale ci sarebbero stati, tra figli nipoti e pronipoti, quasi cento discendenti diretti! Un teologo che, per tutto il tempo in cui aveva insegnato a Roma, al Sant’Anselmo e alla Gregoriana, era sempre rimasto fedele alla consegna: un semestre lavorava come intellettuale romano e l’altro come monaco manovale nella sua abbazia della Pierre-qui-Vire, vicina a Digione. Questo sfondo familiare, questo orizzonte monastico, questa poliedricità di operazioni si mostra, imponente, anche nella sua luminosa scrittura. I suoi libri sono “messe in scena” curatissime, finemente cesellate anche nei più piccoli particolari. Tutti i libri che ha licenziato sono così, dal primo all’ultimo. All’inizio, nel 1960, sta una rilettura rigorosa e liberissima della Summa Theologica di san Tommaso (Structures et méthode dans la Somme Théologique de S. Thomas d’Aquin), dove rivela con finezza le strutture della grande sintesi medievale. Alla fine, nel 2019, Un cattolicesimo diverso, in cui rilegge eucaristia e ministero come i luoghi più urgenti di un grande cambio di paradigma, di linguaggio e di priorità. Un grande tomo di seicento pagine e un libretto di cento, a distanza di quasi sessant’anni uno dall’altro. E in mezzo il grande pelagus infinitae substantiae di quattro grandi testi: Dio il tempo e l’essere, Storia teologica della Chiesa cattolica, Immaginare la chiesa cattolica e prima Peut-on connaÎtre Dieu en Jesus-Christ? Ma, più tardi, è arrivata anche quella perla che è Eucaristia: il pasto e la parola, dove racconta come, agli inizi degli anni sessanta, egli avesse letto il Saggio sul dono di M. Mauss e dentro di sé avesse pensato: come sarebbe bello rileggere la messa con questa nuova visione. Così, quarant’anni dopo, aveva potuto dar forma al progetto, con una “lettura spirituale” basata sulle esperienze elementari del pasto e della parola. Quando lasciò Roma una prima volta, nel 1995, diventando poi emerito, la Miscellanea che gli fu dedicata fu curata da padre Jeremy Driscoll, anch’egli professore a Sant’Anselmo, sempre per mezzo anno, come il suo maestro. Quando ha saputo la notizia della morte di padre Ghislain dal monastero di Mount Angel di cui è abate, ha scritto un breve testo che merita di essere citato: «I am sad but deeply grateful to have known him and to have been, I pray, deeply marked by his beautiful mind and heart». Con lui diciamo la riconoscenza per averlo conosciuto e la coscienza di essere stati profondamente segnati dalla sua bella mente e dal suo bel cuore.

Quanto abbiamo ammirato il suo richiamo continuo al concilio Vaticano ii , che non esitava a paragonare al concilio di Nicea! Come abbiamo goduto della freschezza con cui affrontava le dialettiche della storia e della dogmatica, e le risolveva in grande stile, alla francese. Quanto abbiamo condiviso le pause, quelle pause che arrivavano ad un certo punto nelle sue conferenze, e creavano lo spazio di una soluzione diversa, di un cambio di prospettiva, di una annotazione delicata e insieme autorevolissima, quasi indiscutibile, con la forza di una evidenza elementare, quasi primaria.

Forse qui troviamo un tratto singolarissimo del teologo. Non mancava di nessun linguaggio tecnico, ma riusciva a “dire la fede” e a “porgere la tradizione” con parole primarie, con atti semplici, con figure di pensiero e di parola chiarissime, limpide, di una nobile semplicità.

Poteva rispondere così perché aveva coltivato a fondo l’arte della domanda: le sue domande aprivano orizzonti. Interrogava la creazione e la redenzione, la forma ecclesiale e il linguaggio sacrificale, la antropologia e la letteratura, il cinema e la fotografia.

E il suo occhio era infallibile nell’individuare il punto debole, da superare, e il punto forte, da confortare. Si era convinto di aver scritto il suo ultimo libro quando aveva dato alle stampe una tra le più belle letture del pontificato: Piccolo saggio sul tempo di Papa Francesco. Poliedro emergente e piramide rovesciata, nel 2017. Ma poi non aveva potuto sottrarsi a dichiararne con urgenza tutte le dovute conseguenze ecclesiali e teologiche. Il titolo italiano dell’ultimo libro suona: Un cattolicesimo diverso. Ma l’originale francese è Un catholicisme autrément? in cui la domanda resta aperta. L’esistenza teologica di padre Ghislain ha contributo col suo cuore appassionato e con la sua bella mente a rendere possibile, vivibile e desiderabile proprio questo incerto altrimenti.

di Andrea Grillo
Pontificio ateneo Sant’Anselmo