Legami

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14 maggio 2021

«Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Giovanni 15, 5). Gesù offre ai suoi amici un legame buono, certo, fecondo. Egli assicura che chi resta con lui, nella fede, porta frutti duraturi di vita e di amore. Per capire l’importanza di un rapporto di questo genere occorre riflettere sui legami che meritano di essere custoditi. Ciascuno di noi fa esperienza di situazioni e relazioni in cui, ad un certo punto, tocca decidere se stare o andare. Ci sono legami che garantiscono stabilità, protezione e sicurezza: abbiamo paura di perderli. Altri, invece, nei quali s’insinuano esitazione, timore, pericolo: non sappiamo se è il caso di sottrarsi. Non è facile scegliere, in questi casi, se resistere o mollare. Che cosa fa decidere di rimanere in una situazione oppure di abbandonarla in cerca di altro?

Pensiamo, ad esempio, al luogo della nascita: da una parte trattiene, ci sono le radici, il passato, la memoria; dall’altra si affaccia il futuro necessario, che spinge in avanti, con le sue incognite e nuove opportunità. Su questo rifletteva Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» (La luna e i falò, 1950).

Se consideriamo l’amore, per questo, a volte si resta o si fugge; c’è chi non riesce ad andarsene e chi non sa rimanere. Non sempre siamo disposti a trovare un senso alla prova, per resistere con la fiducia di potercela fare insieme. Su questo forse dovremmo interrogarci meglio, prima di dire non ce l’ho fatta, non ne posso più, me ne vado, vattene. In realtà, nei legami importanti la vera sfida sta nel rimanere ciò che si è, pronti a lasciarsi trasformare. Tra i discepoli di Gesù c’erano dei pescatori, ai quali toccò l’imprevista sorte di cambiare mestiere, con l’esito paradossale di restare ciò che erano: gente disposta a rischiare. Nelle sue lettere al fratello Theo, Vincent Van Gogh scriveva: «I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra».

Opporre stabilità e cambiamento non è utile: solo l’amore conosce l’instabile equilibrio tra forza e fragilità, perché non crea legami così stretti da soffocare né così deboli da lasciar andare. Ce lo ricordano le parole struggenti di Eugenio Montale:

«Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue».

di Maurizio Gronchi