Il cardinale Augustin Bea e l’ecumenismo

Il «microfono» dell’unità

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14 maggio 2021

Il «mistero Bea». Prova a risolverlo la storica Saretta Marotta, autrice del dotto e coinvolgente libro Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio xii (Bologna, il Mulino, 2020 pagine 761, euro 52). Il gesuita tedesco Augustin Bea (1881-1968) è considerato il fautore e portavoce della svolta ecumenica nella Chiesa e nel Concilio. Per 35 anni era stato a Roma professore (dal 1924) e rettore (1930-1949) del Pontificio Istituto Biblico. Nel 1931 era diventato membro della Commissione biblica, nel 1936 della Commissione per gli studi, nel 1949 consultore del Sant’Uffizio e nel 1950 della congregazione dei Riti; dal 1945 al 1958 era stato inoltre consigliere personale e confessore di Pio xii . La sua elevazione alla dignità cardinalizia, nel 1959, da parte di Giovanni xxiii e la nomina a primo presidente del nuovo Segretariato per l’unità dei cristiani (istituito nel 1960) segnarono un nuovo inizio che aprì possibilità di influenza e campi d’azione inediti per Bea, all’epoca settantanovenne.

Come si spiega — si chiede nella prefazione Franz Xaver Bischof — questo cambiamento di posizione? C’è, nella sua biografia, «una rottura» che chiarisce le ragioni del cambiamento o esso si pone in realtà in continuità con una vita che lo stesso Bea, successivamente, ha interpretato come «una ininterrotta preparazione» al proprio compito di cardinale e presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani? Il mistero affonda le radici nella constatazione che un esegeta conservatore è diventato, scrive Bischof, «un coraggioso ecumenista ed energico antesignano dell’unità della Chiesa». Per fare luce su questo scenario Marotta ha condotto studi archivistici in Belgio, Germania e Italia, e ha attinto alla corrispondenza privata del cardinale recentemente resa accessibile nell’archivio della provincia tedesca dei gesuiti a Monaco di Baviera. Nell’arco di tempo che va dal 1949 al 1960 Marotta ha identificato il decennio decisivo in cui si verificata la metamorfosi del «cardinale dell’unità».

Quegli anni sono definiti «gli anni della pazienza» perché sono stati caratterizzati dalla cauta e guardinga crescita di un ecumenismo cattolico sulla difensiva: Bea in quel periodo acquisì con progressiva gradualità quella competenza ecumenica e quell’autonomia di giudizio che, nel 1959, lo convinsero dell’esigenza di creare a Roma un organismo per l’ecumenismo: una proposta, ricorda Bischof, che provenne dall’iniziativa personale di Bea, per la quale poté godere del consenso di Giovanni xxiii .

Rileva Marotta che l’attività di Bea all’interno del Sant’Uffizio (l’unico dicastero pontificio allora deputato a occuparsi del problema ecumenico) permette di spiegare come il gesuita si sia avvicinato alle questioni e alle problematiche connesse al desiderio di unità dei cristiani negli anni precedenti al concilio. In questo senso, «cruciale» importanza riveste la figura dell’arcivescovo di Paderborn, Lorenz Jaeger, «maieuta» della sensibilizzazione ecumenica di Bea. Fu il presule, infatti, a mettere in contatto Bea con altri protagonisti, e non solo tedeschi, dello forzo ecumenico cattolico: tra gli altri, l’olandese Johannes Willebrand, futuro successore del cardinale alla carica di presidente del Suc, e Josef Hofer, dal 1954 consulente ecclesiastico dell’ambasciata tedesca presso la Santa Sede.

Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate al concilio, in cui Marotta dà rilievo alle perplessità e riserve che accompagnavano l’organizzazione e la realizzazione di un evento di portata epocale. «Fin dall’inizio non vi furono dubbi sulla caratterizzazione ecumenica che avrebbe assunto il futuro concilio, permanevano però parecchie incertezze in merito a obiettivi e a modalità con cui esso si sarebbe svolto e in particolare proprio sulle concrete implicazioni di quell’aggettivo, “generale”, con cui Giovanni xxiii lo aveva descritto: ovvero in che misura fosse ventilata la possibilità di un’estensione della convocazione anche a membri delle comunità non cattoliche». Era questa, infatti, sottolinea Marotta, «una delle domande più pressanti» che l’annuncio aveva universalmente suscitato e a cui neanche la pubblicazione, avvenuta a fine febbraio, del testo integrale dell’allocuzione del 25 gennaio aveva per il momento dato risposta. Lo stesso Bea, sollecitato sul tema, ebbe a dire: «Se e come verranno invitati a partecipare per esempio gli ortodossi o i rappresentanti del movimento ecumenico, al momento nessuno lo può dire».

Conferendo a Bea il ruolo di presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, Roncalli — osserva Marotta — aprì di fatto nella parabola biografica del cardinale una nuova vocazione e un nuovo inizio, facendone, come affermò il teologo luterano Kristen E. Skydgaard, «lo stesso uomo, eppure, mi pare, un altro: Papa Giovanni deve aver suscitato in lui qualità che prima giacevano in lui solo potenzialmente, una sorprendente libertà e franchezza».

«Non vi è dubbio — prosegue Marotta — che la profonda intesa e affinità spirituale tra i due vegliardi esattamente coetanei sia una chiave interpretativa di grande importanza per comprendere l’operato di Bea durante il pontificato di Giovanni xxiii : non solo, infatti, ciò spiegherebbe come il porporato abbia potuto, durante il periodo della preparazione conciliare, intervenire nell’ambito dei lavori della Commissione centrale spesso quale interprete autentico delle intenzioni del Pontefice, ma la stessa creazione del Segretariato, con il suo particolare status inserito nel novero delle commissioni preparatorie del Vaticano ii con la piena fiducia del Papa nella discussione di qualsiasi tema dottrinale e pastorale con implicazioni ecumeniche, si presta ad essere interpretata come il tentativo da parte di Roncalli di avere uno strumento operativo all’interno della macchina preparatoria del Concilio».

Marotta pone quindi in rilievo l’intensa attività di Bea quale conferenziere nel periodo della preparazione conciliare. Attività che lo portò, ottantenne, a compiere molti viaggi anche oltreoceano. Quest’azione fornisce l’occasione per sottolineare un ulteriore aspetto del contributo di Bea al Vaticano ii . «Impegnandosi infatti il proprio nome e le proprie energie residuali in tali viaggi “apostolici” miranti a creare un movimento di opinione pubblica più aperto alle tematiche ecumeniche e più in generale al rinnovamento della Chiesa, l’antico consultore del Sant’Uffizio finì per trasformarsi in un vero e proprio “microfono” dell’unità e portavoce globale delle istanze connesse al desiderio di unità dei cristiani». Se in passato destinataria delle sue «arringhe di intercessione era stata la ristretta cerchia dei membri della congregazione Suprema», alla vigilia del concilio il nuovo stile personale inaugurato da Giovanni xxiii lo aveva interpellato ad agire sui fedeli, assumendosi in prima persona il carico, insieme pesante e solenne, gravoso e gratificante, della «divulgazione ecumenica».

di Gabriele Nicolò