Ad Agrigento la beatificazione del martire Rosario Livatino
L’omelia del cardinale Semeraro durante la celebrazione

Credibilità e giustizia

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10 maggio 2021

C’è una parola di Rosario Livatino che aiuta a comprendere non soltanto la sua vita, ma anche la sua santità e il suo martirio: «credibilità». Nel giorno in cui il “giudice ragazzino” è stato elevato agli onori degli altari, il cardinale Marcello Semeraro ha proposto questa chiave di lettura della testimonianza offerta dal giovane martire, che quasi trentuno anni fa — era il 21 settembre 1990 — venne ucciso in un agguato mafioso, sul viadotto Gasena, lungo la strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta.

Domenica mattina, 9 maggio, nella cattedrale di Agrigento, il porporato — in rappresentanza di Papa Francesco — ha presieduto il rito della sua beatificazione. Nel rispetto della misure di sicurezza per evitare la diffusione del covid-19, erano presenti circa duecento persone, a rappresentare l’episcopato siciliano e tutta la popolazione dell’isola. Tra queste, il cardinale Francesco Montenegro, pastore dell’arcidiocesi siciliana, e l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone, postulatore della causa. Suggestiva la presentazione della reliquia di Livatino, la camicia che indossava al momento dell’attentato, crivellata di proiettili e intrisa dai residui del suo sangue.

Il cardinale Semeraro nell’omelia ha ricordato le parole del beato durante una conferenza tenuta il 7 aprile 1984 su «Il ruolo del giudice nella società che cambia». Livatino scriveva: «L’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività».

La «credibilità», ha spiegato il porporato, «è la condizione posta da Gesù per essere suoi amici», perché — come diceva — «siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». È quello che san Pietro «riconosce come virtù gradita a Dio, il quale accoglie chi lo teme e pratica la giustizia». L’apostolo è ormai consapevole che «Dio non è più il dio-di-alcuni, ma Dio di tutti». Ai suoi occhi, ciò che conta «non è la professione di una fede fatta con le parole, bensì la pratica della giustizia»: si tratta di una giustizia che «non si limita a dare a ciascuno il suo, secondo la normale legge dell’equità», ma che è «sostenuta dalla credibilità di chi per la giustizia si compromette sino a dare la vita nella sua attuazione».

La credibilità infatti, ha proseguito il cardinale, è «lo specchio della giustizia poiché si è come Giuseppe, lo sposo di Maria, uomo giusto, nella costante ricerca della volontà di Dio». Per questo, ha aggiunto, «credibilità e giustizia stanno e cadono insieme: senza la giustizia, la credibilità diventa improduttiva; e senza la credibilità, la giustizia rischia di approdare nel giudizio». Giustizia e credibilità sono «inseparabili nella condotta del martire, poiché entrambe scaturiscono dalla fede e non da una semplice istanza etica»: come fu per Abramo, che «credette e gli fu accreditato per la giustizia». Modello «irraggiungibile per tale cognizione della giustizia è Gesù Cristo che, fu accreditato per la sua fedeltà verso il Padre e ha trasformato la giustizia in compassione o misericordia per gli esseri umani».

Nel considerare la vicenda di Rosario Livatino, il porporato ha richiamato le parole di san Paolo vi : «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Evangelii nuntiandi, n. 41). Il beato fu testimone nel martirio. La sua vita, come avrebbe detto il Manzoni, «fu il paragone delle sue parole». Credibilità, ha sottolineato il porporato, «fu per lui la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita». Livatino rivendicò, infatti, «l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale». Questa unità Livatino «la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano». Per questo, ha sottolineato Semeraro, «la Chiesa oggi lo onora come martire».

La fecondità della vita cristiana, ha messo in evidenza, è «condizionata» dal «rimanere nell’amore di Cristo ed è il frutto di questo rimanere». Qui però, ha fatto notare, per un cristiano «c’è anche il grave rischio d’essere all’interno di questo abbraccio amoroso del Signore e, ciononostante, di non portare alcun frutto». Si cade, allora, in quel «nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze», di cui ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. È una situazione che «si fa drammaticamente evidente nei momenti di crisi, nei momenti in cui “essere cristiani” non è più qualcosa di scontato e diventa, anzi, cosa scomoda, schernita, rischiosa, pericolosa». E proprio in queste circostanze, ha concluso, può essere di aiuto «guardare al martire Rosario Livatino».