CHE MONDO CORRE
Il Giro d’Italia

Tra ascese e ascesi

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07 maggio 2021

Abbiamo bisogno di eroi


Domani a Torino prenderà il via il 104° Giro d’Italia con 23 squadre di 8 corridori ciascuna, percorrendo 3.479 chilometri lungo 13 regioni della penisola fino a raggiungere, domenica 30 maggio, la città di Milano. Quest’anno saranno ricordate diverse ricorrenze: 160 anni dell’unità d’Italia, 700 anni dalla morte di Dante, 90 dall’ideazione della maglia rosa e  i 100 anni dalla nascita dell’indimenticabile Alfredo Martini. Si passerà nella terra che diede i natali al commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo, a Gino Bartali e a Gastone Nencini.

Perché spetta al Giro celebrare queste circostanze? Perché al Giro viene chiesto di farsi eco di questa memoria? Perché il Giro non è un evento soltanto sportivo o sociale: è la storia di un popolo e di una nazione, anzi ne è la sua celebrazione!

Ma è possibile scorgere nel Giro d’Italia anche una rappresentazione della vita di fede?

Questo non è un azzardo, se consideriamo che Pio xii nel 1949 elesse e proclamò la Madonna del Ghisallo patrona dei ciclisti. Non c’è campione del ciclismo che non abbia offerto alla Madonna del Ghisallo in dono e come ex voto la propria maglia o addirittura la bici, come Alfonsina Strada che fu la prima donna a partecipare al Giro d’Italia nel 1924.

Nella lettera che annunciava il suo ritiro dalle corse, indirizzata al suo fraterno amico Card. Elia dalla Costa, Gino Bartali scrisse: «Credo che il faticare in sella sia ciò che più si avvicina alla preghiera. Quando muovo i pedali percepisco una vicinanza con il creato, con il grande Mistero che ci accompagna nella vita. Non vorrei sembrarLe blasfemo o irriverente a dirLe queste cose, ma esiste in me una vicinanza tra la bicicletta e la funzione religiosa».

Ma quali elementi del ciclismo tra i tanti potrebbero aiutarci a rintracciare questo parallelo tra bici e fede?

Lo “stadio” dei ciclisti è la strada. Quella stessa che usiamo noi per andare al mare, in campagna o in montagna. Una delle tre cattedre da cui Gesù insegnava era proprio la strada perché essa è l’emblema stesso dell’incontro, della ricerca, del cammino dell’uomo ma anche della sua quotidianità. Chi percorre le strade in bici cerca qualcosa in sé stesso ma anche fuori; spesso trova panorami e cieli mozzafiato, incontra persone speciali, ma soprattutto incontra sé stesso.

La seconda cattedra da cui Gesù insegnava era la mensa: basti pensare a Marta e Maria, Zaccheo, la donna dell’unzione, l’Ultima cena. La squadra di ciclisti non è mai soltanto un gruppo sportivo: è una famiglia, una comunità, un cenobio, perché è ascolto e accoglienza dei nuovi, è crescita dei giovani nei consigli degli “anziani”, è mentalità da acquisire ed esperienze da fare, fallimenti da capire e ripartenze da tentare. Si muore e si risorge nella squadra, nella relazione con i miei compagni di cammino che vedono qualcosa di me che io non conosco ancora.

La terza cattedra da cui Gesù ha insegnato è la croce che è il luogo dove Gesù ha espresso in maniera compiuta tutto il suo amore per noi. Gesù lì diventa il paradigma dell’amore vero. Anch’io non desidero — così come scrisse Ginettaccio — essere blasfemo ma il mio pensiero corre al 19 luglio del 1997, quando Marco Pantani tornò al Tour dopo un grave infortunio che lo condizionò per due anni.

Quel giorno Pantani riuscì nell’impresa di scalare tra due ali di folla i 21 tornanti dell’Alpe d’Huez, il “tempio verticale” del Tour: 14 chilometri di dolore, sudore e fatica che diventeranno la sua rinascita e la sua esplosione. L’anno dopo infatti realizzò il sogno della doppietta Giro-Tour, ma quel giorno ho capito (perché l’ho visto coi miei occhi) cosa significa il ciclismo: è una parabola meravigliosa della nostra vita, completata dall’abbraccio del padre di Pantani che aspettava il ritorno alla vittoria di suo figlio da due anni: lo aspettò lì sul traguardo dell’Alpe d’Huez per abbracciarlo come un figlio ritrovato. L’urlo di Marco Pantani divenne il mio, il nostro urlo perché tutti, in fondo, sentivamo che nel suo riscatto, nel suo rialzarsi, nel suo ritrovare sé stesso c’eravamo anche noi, con le nostre storie interrotte e umiliate da incidenti, vite che possono (e devono) diventare un capolavoro!

Non è soltanto un gioco di parole accostare l’ascesa all’ascesi cristiana: la sua essenza non consiste forse nel prendersi cura di sé e coltivare un cuore capace di rinunce, speranze, impegno, umiltà, ma anche grinta, realismo, ma anche saper osare, saper andare oltre sé stessi e rinascere?

Penso davvero che la bicicletta possa insegnarci ad avere più consapevolezza e più rispetto della natura, dell’aria che respiriamo, delle città che abitiamo, delle strade che percorriamo e della gente che popola il nostro mondo.

Ecco perché il ciclismo ha bisogno di eroi: per imparare a sperare, per saper osare oltre i limiti e gli schemi decisi dall’esterno o dettati da noi.

di Attilio Nostro