Il giuramento di 34 nuove Guardie svizzere

Coraggio e fiducia
per costruire il futuro

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07 maggio 2021

Ancora una volta è stata la pandemia a dettare l’agenda del giuramento delle nuove reclute della Guardia svizzera pontificia. Infatti, a causa delle restrizioni per il contenimento del covid-19, la cerimonia — tenutasi, come da tradizione, nel cortile di San Damaso in Vaticano — si è svolta con una ridotta presenza di persone. Vi hanno preso parte solo l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, che la presiedeva, gli stretti familiari delle nuove reclute e i rappresentanti ufficiali della Chiesa e della Confederazione elvetica. Per tutti gli altri c’è stata la diretta in streaming. Ciò non ha impedito che anche ieri pomeriggio, giovedì 6 maggio, sia risuonato il giuramento di 34 giovani che hanno promesso fedeltà al Papa e alla Chiesa, nello stesso giorno in cui si ricorda il sacrificio di 147 militi uccisi nel 1527 per difendere la vita del Pontefice.

Un giuramento è qualcosa di importante e coinvolge interamente l’esistenza, ha sottolineato il cappellano del Corpo, don Thomas Wiedmer. Questo gesto, ha spiegato rivolgendosi alle Guardie, «non è semplicemente una vuota formula da ripetere, perché state prendendo Dio stesso a testimone. Il vostro giuramento, quindi, è esso stesso un atto di venerazione a Dio», un atto di fede. Purtroppo, è stata la sua constatazione, nel mondo e nella società odierni Dio, «la sua Parola trasmessa a noi e i suoi comandamenti, rischiano continuamente di essere dimenticati». È, quindi, importante, la testimonianza di fede delle reclute, «in questo tempo di pandemia che necessariamente costringe a chiederci ciò che davvero conti nella vita», affinché l’uomo moderno possa «essere ricondotto nuovamente a Dio». La formula che le guardie sono chiamate a ripetere «non può essere espressione di un capriccio del momento, ma una promessa solenne a cui aderire con perseveranza». Con questo gesto, gli alabardieri infatti affermano «l’esistenza di valori importanti per i quali vale la pena di lottare, perseverare e, se necessario, soffrire». Anche i martiri, ha ricordato il cappellano, «ne erano convinti, perché non hanno rinunciato alla loro fede e al loro amore per Cristo». Pertanto, con il giuramento si afferma l’impegno di rimanere fedeli e saldi «nel rappresentare e vivere valori universali e quindi di dare frutti anche per il bene della società».

Da parte sua, il comandante Christoph Graf ha parlato della realtà attuale e delle esigenze del Corpo militare, sottolineando che esso ha bisogno ogni anno «di circa 35 nuove guardie per poter garantire un effettivo completo di 135 uomini». Grazie a una campagna di reclutamento su vasta scala, ha spiegato, «siamo riusciti a suscitare l’interesse di giovani svizzeri». Tuttavia, ha fatto notare, «al giorno d’oggi la tradizione non basta più come argomento». Il comando «ha il compito di preoccuparsi dell’avvenire e della crescita futura del Corpo»: pertanto, mantenere viva questa realtà significa «adeguare continuamente la Guardia alla situazione attuale»; mettere a disposizione dei militi «materiale moderno e adeguato, indispensabile per svolgere bene il proprio servizio; fornire loro una solida preparazione di base e una valida e interessante formazione e specializzazione». Ma serve inoltre «indicare una solida prospettiva per il futuro; creare i presupposti, anche finanziari, per rendere interessante la permanenza presso di noi; mettere a loro disposizione un alloggio che corrisponda alle esigenze attuali di spazio, comodità e sicurezza».

La convinzione di essere al posto giusto e l’ottimismo di poter raggiungere insieme un obiettivo «sono i presupposti per continuare a svolgere in modo responsabile il compito affidato alla Guardia svizzera pontificia al momento della sua fondazione nel 1506, ovvero vegliare sulla sicurezza del Santo Padre». Ma, ha sottolineato il comandante, «la buona volontà da sola non basta. Dipendiamo dal sostegno e dall'incoraggiamento da parte dei nostri superiori e del nostro Paese».

Graf ha poi invitato a riflettere sull’anno dedicato a san Giuseppe, proclamato da Papa Francesco. Dai Vangeli, ha detto, «apprendiamo poco di lui. Non ci è stata tramandata nessuna parola di questo umile e discreto carpentiere». Ma quel poco che sappiamo «non ci fa pensare a un uomo di molte parole, bensì a un uomo dell’ascolto, delle decisioni e dell’azione sincero, affidabile e integro». Un uomo che, «a dispetto di ogni paura e di ogni dubbio, faceva con coraggio e totale fiducia in Dio tutto ciò che gli veniva chiesto». Ciò vale, ha concluso, «più di mille parole». Occorre, perciò, lasciarsi «ispirare ogni giorno da san Giuseppe», facendo proprie le sue «qualità, ma soprattutto la sua salda fiducia in Dio».

Alla cerimonia hanno partecipato alcune autorità svizzere, tra le quali, il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin, il presidente del Consiglio nazionale, Andreas Aebi, e il presidente del Consiglio degli Stati, Alex Kuprecht. L’esercito svizzero era rappresentato dall’alto ufficiale superiore Roland Favre, mentre la Conferenza episcopale dall’ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo, il vescovo Alain De Raemy, già cappellano della Guardia svizzera.