Trent’anni fa moriva lo scrittore inglese Graham Greene
La vita inquieta e avventurosa dell’autore de «Il potere e la gloria»

Graham il nomade

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 maggio 2021

In termini pittorici Roulette russa. La vita e il tempo di Graham Greene, la biografia del romanziere inglese scritta da Richard Greene e appena edita da Sellerio (Palermo, 2021, euro 24, traduzione di Chiara Rizzuto), si potrebbe definire puntinista, come si chiamava la scuola francese di fine Ottocento che sviluppò la tecnica della scomposizione dei colori in nuvole di piccoli segni. Richard Greene, che il risvolto di copertina ci avverte non essere parente del biografato, racconta l’avventurosa vita di Graham in forma rigorosamente cronologica, attento agli spostamenti, agli incontri, agli amori, allo sviluppo dei testi narrativi o teatrali, insomma allo scorrere del tempo di un uomo che ebbe un’esistenza molto intensa. Non ci sono accorpamenti tematici, né riflessioni sistematiche: vengono presentati gli avvenimenti, con l’oggettività che una simile operazione riesce a mantenere, e il lettore è chiamato a farsi un’idea propria. E non si può dire gli avvenimenti manchino.

Graham Greene non fu un romanziere sedentario. Fu invece testimone diretto di molte delle crisi politiche e militari occorse nella seconda metà del Novecento, dopo aver partecipato alla Seconda guerra mondiale lavorando per l’ m i6, i servizi segreti inglesi, e non è mai stato chiarito se e quando li abbia lasciati definitivamente. C’è chi sostiene che da certi ambienti, una volta entrati, non sia consentito uscire. Del resto è tradizione britannica mescolare attività scientifica e turismo esotico con una discreta pratica di intelligence al servizio del proprio Paese, che in caso di esplosione di un conflitto diviene decisa partecipazione alla guerra: fu l’esperienza di Thomas Edward Lawrence e di Patrick Leigh Fermor nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.

Roulette russa non avanza ipotesi in merito alle attività extra letterarie dello scrittore, si limita a segnalarne la presenza in Asia, Africa e America, dal Vietnam al Congo, da Israele ad Haiti, quasi sempre in situazioni di tensione e violenza particolari, a raccogliere informazioni su ciò che stava accadendo da utilizzare come materiale di base per romanzi e articoli.

Non che la vita quotidiana di Graham Greene scorresse regolare, quando non scrive, spesso sostenuto da farmaci che gli consentano di restare sveglio o di addormentarsi a comando, vediamo lo scrittore sempre in movimento tra le sue residenze di Capri, Parigi, Londra e Costa Azzurra o in viaggio con una delle sue numerose fidanzate, protagoniste di rapporti lunghi, intensi e spesso contemporanei, in un groviglio affettivo dal quale emerge di tanto in tanto la famiglia: il figlio, la figlia o la moglie, che in gioventù si dice sia stata all’origine della decisione di aderire al cattolicesimo.

Anche riguardo alla spiritualità di quello che viene comunemente ritenuto il maggior romanziere cattolico del secolo scorso la biografia non esprime pareri. Come per avere ragguagli sulla sua tecnica di scrittura, per orientarci sul senso religioso di Graham Greene in Roulette russa dobbiamo ricercare indizi in considerazioni incidentali, commenti occasionali, note a margine nel racconto dei viaggi, della stesura dei romanzi o dello sviluppo dei rapporti con le compagne delle varie fasi della vita.

Il materiale di questo genere riguardante le scelte religiose è abbondante e molto vario. Le frasi e i gesti attribuiti allo scrittore raccontano di una fede da cattolico moderno, consapevole dei limiti della condizione umana e dei dubbi che essa comporta; rispettoso della pietà popolare e quasi invidioso della capacità di credere dei sofferenti; collegato in modo stretto a forme diverse di manifestazione religiosa, senza rifiuti preconcetti ma in una ricerca costante. In Puglia assiste a una messa celebrata da Padre Pio e ne rimane impressionato; sostiene di amare la liturgia in latino, perché gli consente la frequentazione partecipata in qualunque luogo al mondo si trovi; rimane invece freddo nel corso dell’esperienza in Terra Santa; a Salamanca insiste per recarsi sulla tomba di Miguel de Unamuno, del quale era grande ammiratore; quando, nel 1987, gli chiedono di fare un intervento nel corso di una cerimonia che si svolge al Cremlino auspica la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Mosca e la Santa Sede, circostanza che si verifica tre anni dopo.

Il tratto caratteristico della religiosità di Graham Greene sembra trovarsi nella capacità di accettare il dubbio, di accoglierlo come elemento necessario della condizione umana e di riconoscere che la fede è un dono al quale bisogna aggrapparsi con tutte le forze, con la consapevolezza che si tratta del più prezioso tesoro che un uomo o una donna possono possedere. Che la sua capacità di credere fosse luminosa è dimostrato dal fatto che molti di quanti vissero attorno a lui abbracciarono il cattolicesimo.

In uno dei pochi passaggi cronologicamente discontinui della biografia, giustamente collocato verso la fine, l’autore riporta alcune dichiarazioni di Graham Greene risalenti al 1968, ventitré anni prima della sua scomparsa nel 1991, relative a cosa ci si debba aspettare oltre la morte. Lo scrittore afferma «Credo decisamente nel Purgatorio. Il Purgatorio per me ha senso, mentre l’Inferno non ne ha». La fede nella immensa misericordia di Dio, che alla fine porta a compimento il suo progetto su ciascuno di noi. Ciò che Origene chiamava l’apocatàstasi.

di Sergio Valzania