Autoritratti di diciotto studiosi di teologia

Fuori dalla torre d’avorio

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05 maggio 2021

C’è un libro che cancella una volta per tutte l’immagine stereotipata del teologo chiuso nella sua cella monastica, intento a elucubrare su antichi tomi polverosi. È un’opera corale che raccoglie gli “autoritratti” di diciotto studiosi di teologia italiani: quattordici uomini — di cui quattro laici — e quattro donne, tra le quali c’è una sola religiosa. Tutti nati tra la metà degli anni Quaranta e la fine degli anni Sessanta del secolo scorso e dunque cresciuti nell’humus del concilio. Ma soprattutto tutti, sia laici, che consacrati o chierici, abituati a “teologare sul vissuto” a intrecciare cioè la riflessione sulla fede con la propria vita. Il volume, che già nel titolo esprime questo farsi dinamico della scienza teologica, s’intitola Diventare teologi. Cammini aperti di uomini e di donne ed è stato curato da due dei diciotto protagonisti — Serena Noceti e Simone Morandini — per le Edizioni Dehoniane di Bologna (2021, pagine 168, euro 17). Un libro che nasce da un altro libro, Essere teologi oggi. Dieci storie di Luigi Sartori, pubblicato nel 1986.

I due curatori si erano accorti infatti che quel volume, così centrale nella loro formazione culturale, richiedeva, per così dire, di essere aggiornato per raccontare chi sono i teologi e le teologhe del xxi secolo. Ne è nata un’opera che restituisce un’immagine estremamente variegata, fatta di approcci diversi e una pluralità di modi differenti di intendere il teologare. Ad accomunarli c’è il fatto che — come ha spiegato Simone Morandini alla Radio Vaticana — «sono tutte storie che narrano la ricerca di Dio». Non si tratta di una teologia intesa come pratica accademica ma di qualcosa che coinvolge e trasforma profondamente l’esistenza. Per molti la scelta teologica si radica nelle esperienze trascorse nelle associazioni o in parrocchia. Spesso il lavoro pastorale è diventato stimolo alla conoscenza. Non si studia più teologia solo negli atenei pontifici, ma in facoltà diffuse in molte diocesi. I nuovi teologi sono attenti agli altri saperi, all’aspetto multidisciplinare e interdisciplinare — come chiedeva Francesco nella Veritatis gaudium del 2018 — e intrecciano la ragione, con la fede e la vita. Diffusa è la prospettiva ecumenica, come quella interreligiosa, mentre guadagna spazio il pensiero teologico femminile.

Troviamo qui un’idea di teologia che non è né semplicemente scienza o riflessione, ma neanche dottrina dogmatica astratta, ma pensiero che trasforma, “sconquassa” l’esistenza e dall’altra parte all’esistenza stessa attinge per rinnovarsi. Pier Davide Guenzi che insegna la bioetica attraverso messinscene teatrali esprime bene questa teologia dove «la realtà è superiore all’idea». Ma anche padre Monge che pensa la pluralità religiosa nel contesto della Turchia o Antonietta Potente che approfondisce la riflessione morale a partire da un vissuto concreto in una comunità dell’America Latina.

«Questa radicale interazione tra biografia e teologia — spiega ancora Morandini — non è solo un dato occasionale. Oggi è evidente ormai che il pensare teologico nasce sempre da storie vissute e interpretate alla luce del Vangelo. C’è un nuovo senso del ricercare che è esperienza intellettuale ma insieme anche passione vitale che muove percorsi e insegna ad abitare il mondo».

Secondo la teologa Marinella Perroni, il libro ha anche il merito di «liberare la teologia dal vincolo unicamente clericale che la vede consegnata dentro alcuni ambienti, come centro di interesse per una determinata casta». «È vero — commenta Morandini —. Quella che emerge è una teologia nella quale risuonano forti armoniche non clericali. Non soltanto perché molti di coloro che compaiono sono laici, ma anche perché la stessa teologia praticata dai soggetti ordinati o consacrati risente di questa interazione con parole diverse. È un pensiero teologico più immerso nella realtà del mondo, nella storia, che si fa interrogare dalla domanda di giustizia o dall’istanza della cura del creato cui Papa Francesco costantemente ci richiama».

Dall’iconografia del teologo come docente intento a trasmette ai pastori un sapere, destinato a restare avulso dalla vita ecclesiale, si passa quindi all’immagine di un uomo o una donna profondamente calati nella vita concreta della propria comunità. Credenti che diventano fattore di dinamismo, rinnovamento e approfondimento dei cammini di fede. Il teologo dunque come elemento cruciale in una Chiesa di cristiani consapevoli, capaci di ascoltare i segni dei tempi, per rendere ragione della loro speranza. Raccontandoci le teologhe e i teologi di oggi questo libro traccia un po’ anche il profilo della Chiesa dei nostri giorni. La speranza è che — come auspicato dalla Veritatis gaudium — lo studioso di teologia sappia essere sempre più un “missionario”, evitando ogni rischio di autoreferenzialità.

di Fabio Colagrande