PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
Il Campus transizione di Forges, nei pressi di Parigi

Un’altra vita è possibile

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03 maggio 2021

Se la grande politica non fa la sua parte, bisogna partire dal basso. Devono averla pensata così i promotori del Campus della transizione, una singolare esperienza culturale, sociale ed ecologica in corso da due anni a Forges, nella regione della Seine-en-Marge, a un’ora di treno di Parigi.

«Nella comunità internazionale non si raggiungono accordi adeguati circa la responsabilità di coloro che devono sopportare i costi maggiori della transizione energetica», è la denuncia di Laudato si’ al numero 165. Ebbene, a Forges ci provano partendo localmente: un campus ecologico, in cui si alternano esperienze di vita pratica sul fronte ecologico (agricoltura, permacultura, rinnovamento termico degli edifici, lavori di ingegneria), di formazione intellettuale e culturale (corsi che vanno da pochi giorni a 2 mesi) e di crescita spirituale. Il tutto inserito in un quadro di relazioni con il territorio e in rete con altre realtà internazionali.

A capo di questo progetto — aconfessionale, ma con una matrice cattolica indubbia, visto che l’edificio (un castello del xvii secolo) appartiene alle suore dell’Assunzione, che lo hanno prestato al Campus — vi è una religiosa, suor Cécile Renouard, filosofa ed economista, docente all’École supérieure des sciences économiques et commerciales, all’Ecole des Mines, a Sciences Po e al Centre Sèvres, molto presente nel dibattito pubblico francese. Vi è attivo anche un sacerdote gesuita, Xavier de Bénazé, mentre gli altri membri del Campus (sono una decina le persone stabilmente residenti per almeno un anno) non hanno appartenenze religiose, ad eccezione di Ahmednur, un giovane musulmano, rifugiato dall’Etiopia, qui presente su iniziativa del Jesuit Refugee Service.

Ma cosa si fa di preciso al Campus di Forges? Anzitutto le persone che scelgono di starci vivono insieme, con uno stile di vita comunitario improntato alla «sobrietà felice». Che significa in concreto: pranzi vegetariani; cucinare prendendo in carico anche il cibo invenduto; sobrietà nei metodi di cottura del cibo; utilizzo di tecniche come la lattofermanzione in cucina; l’uso di materiali riciclati; il ricorso alla permacultura nel giardino. Questa modalità di vita comune, che può sembrare la più immediata e la più scontata, invece, è quella che più segna e colpisce le centinaia e centinaia di persone che ogni anno visitano il Campus, per esigenze formative o di interesse: «Al Campus ho capito che posso vivere con uno stile di vita sostenibile perché siamo un gruppo — ha commentato una diciannovenne che ha partecipato ad un’esperienza estiva a Forges, secondo quanto riferisce padre Bénazé in un articolo sulla rivista Aggiornamenti sociali dedicato all’esperienza del Campus —. Posso occuparmi del giardino perché altre preparano il pranzo e un’équipe lavora al secondo piano per realizzare l’isolamento termico. Mi domando come sarà possibile vivere allo stesso modo in un appartamento cittadino da sola e con la mia famiglia. C’è veramente bisogno della comunità». L’accoppiata lavoro-formazione è essenziale nell’articolarsi della proposta di Forges: mentre vi sono persone coinvolte nella cura dei due ettari destinati ad un frutteto e un orto biologico, altre devono dedicarsi al lavoro di ingegneria civile nel riammodernare un edificio del xvii secolo per renderlo energeticamente sostenibile. Un’impresa che vede fianco a fianco studiosi, manovali ed ingegneri per rimediare soluzioni di fronte a una sfida inedita, con la possibilità di acquisire delle competenze da riversare poi nel mondo del lavoro.

Inoltre, il Campus propone percorsi di formazione di livello universitario. Come ha spiegato Pierre-Jean Cottalorda, responsabile accademico del Campus, l’attività è partita già a settembre 2018 con la formazione di formatori della Montepellier University of Excellency sul campo della viticultura; a dicembre dello stesso anno il Campus ha tenuto la prima formazione accademica con 20 studenti; nello stesso periodo sono stati erogati corsi per membri della Fondation Nationale pour l'Enseignement de la Gestion des Entreprises e si sono tenuti corsi delocalizzati per la prestigiosa École des Ponts di Parigi. Sono state assicurate anche 4 giornate formative a studenti dell’École supérieure des sciences économiques et commerciales.

La stagione del covid-19 ha messo un freno alle attività del Campus, da un lato, ma dall’altro ha accelerato la coscienza e reso più urgente una formazione ecologica integrale. Per questo motivo l’équipe accademica del Campus ha risposto positivamente alla richiesta del Ministero dell’Università e della Ricerca di predisporre una sorta di «Libro bianco» sull’insegnamento della transizione ecologica e delle materie ecologiche in generale nell’ambito scolastico. Ne è così nato il Manuel de la grande transition (Les Liens qui Libèrent, Parigi 2020), un testo coordinato, tra gli altri, dalla stessa suor Renouard cui hanno partecipato 66 ricercatori di diversi ambito, il cui sottotitolo è già un programma: “Formare per trasformare”. Ampio il ventaglio degli argomenti trattati da una serie di specialisti: clima, ecologia, etica, sanità, economia, diritto, democrazia, energia, agricoltura, arti…

Si diceva dell’elemento spirituale e internazionale del Campus. Sebbene improntato all’aconfessionalità propria della laicité francese, il Campus non disdegna di coltivare e far coltivare ai propri partecipanti la crescita della dimensione interiore. Al riguardo ogni giorno, al mattino, vi è un ritrovo di una ventina di minuti – denominato «la parola del mattino» – in cui i presenti nel castello vivono un’esperienza di silenzio, di condivisione della propria interiorità e di ascolto di una proposta spirituale. «C’è una grande sete spirituale nelle persone che vengono al Campus — hanno scritto Renouard e Bénazé in un contributo su Etude di qualche mese fa —. Oltre al desiderio di connettersi con le altre persone e con la creazione, questa sete spirituale si declina sia in un’attenzione allo sviluppo della propria sete interiore sia in un’apertura a qualcosa più grande di sé». Padre Bénazé ha affermato quanto questa ricerca spirituale sia necessaria per vincere «lo sconforto e l’angoscia» che «il confronto con gli scenari della crisi ecologica e sociale può provocare». Il legame con altre esperienze simili che hanno un’impronta più religiosa — il Centro Amma, di tradizione induista o l’Arca di Sant’Antonio, appartenente al movimento L’Arca di Lanza del Vasto — assicurano al Campus della transizione l’ancoraggio alla coltivazione della vita interiore secondo una pluralità di proposte religiose. Inoltre, il Campus ha forti legami con alcune esperienze simili già avviate all’estero, in particolare il Schumacher College di Avon, in Gran Bretagna, e il Sustainability Institute di Stellenbosch, in Sud Africa.

Quale dunque il tratto peculiare del Campus della transizione? «Permette di far dialogare persone portatrici di diversi tipi di sensibilità — afferma Renouard —: l’alto funzionario o il dirigente che cerca di riformare dall’interno il proprio ambito di lavoro secondo i principi della sostenibilità; il giovane attivista di Extinction Rebellion che è pronto a pagare di persona la resistenza nonviolenta a modelli economici predatori e insostenibili; il membro di una scuola desideroso di mostrare la possibilità di una qualità di vita nella frugalità». Insomma, una felice contaminazione di esperienze e di saperi con un unico obiettivo: «Questi incroci di prospettiva possono approfondire la conversione ecologica di tutta la società, grazie all’esplorazione di queste diverse traiettorie sociali e collettive, legate le une alle altre. L’esperienza del Campus è quella di un equilibrio instabile, orientato da una bussola che ha come direzione condivisa un mondo in comune, una direzione unita alla speranza che può portarci tutti più lontano».

di Lorenzo Fazzini