La recensione di Borges

Un labirinto senza centro

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
30 aprile 2021

Come critico cinematografico Borges scrisse su alcuni dei più importanti giornali d'Argentina. Molti dei suoi articoli sono raccolti nel volume Film (Milano, Novecento, 1991) dal quale proponiamo un estratto.

Citizen Kane (il cui titolo nella Repubblica Argentina è El ciudadano) ha almeno due temi. Il primo, di una stupidità quasi banale, vuole suscitare l’applauso dei più distratti. È così riassumibile: un futile milionario accumula statue, orti, palazzi, piscine, diamanti, macchine, biblioteche, e donne: come un collezionista d’arcaicità (le cui osservazioni sono tradizionalmente da attribuire allo Spirito Santo) scopre che queste miscellanee e pletore sono vanità delle vanità e solo vanità; al momento di morire, desidera un solo oggetto al mondo, una slitta, rigorosamente povera, con cui ha giocato nella sua infanzia! Il secondo è molto più elevato. Unisce al ricordo di Qohelet quello di un altro nichilista: Franz Kafka. Il tema (metafisico e politico insieme, psicologico e allegorico allo stesso tempo) è l’analisi dell’anima segreta di un uomo, attraverso le cose che ha costruito, le parole che ha pronunziato, i numerosi destini che ha infranto. Il procedimento è quello di Conrad in Chance (1914) e del bel film The power and thè glory, una rapsodia di scene eterogenee, senza ordine cronologico. In maniera schiacciante, sconfinata, Orson Wells esibisce frammenti della vita dell’uomo Charles Foster Kane, ci invita a metterli insieme e a ricostruirli. Le forme della molteplicità, della sconnessione, abbondano: le prime scene esaminano i tesori accumulati da Foster Kane; in una delle ultime, una povera donna, ricca e sconsolata, gioca sul pavimento di un palazzo, che è pure un museo, con una grande scacchiera. Alla fine ci rendiamo conto che i frammenti non sono legati da una segreta unità: l’odiato Charles Foster Kane è un simulacro, un caos di apparenze. (Corollario possibile, già previsto da David Hume, da Ernst Mach e dal nostro Macedonio Férnandez: nessun uomo sa chi è, nessun uomo è qualcuno). In uno dei racconti di Chesterton — The head of Cesar, credo — l’eroe osserva che niente è più terribile di un labirinto senza centro. Questo film è esattamente tale labirinto.

Tutti sappiamo che una festa, un palazzo, una grande industria, un pranzo di scrittori o giornalisti, un cordiale ambiente di sincero e spontaneo cameratismo, sono sostanzialmente orribili; Citizen Kane è il primo film che lo dimostra con una certa coscienza di verità. La realizzazione è, in generale, degna del vasto argomento. Ci sono fotografie di un’ammirevole profondità, fotografie i cui ultimi piani (come nelle tele dei preraffaelliti) non sono meno precisi e definiti dei primi. Mi azzardo a prevedere, tuttavia, che Citizen Kane durerà nel tempo, come “durano” certi film di Griffith o di Pudovkin, il cui valore storico nessuno nega, ma che nessuno si rassegna a rivedere. Soffre di gigantismo, di pedanteria, di noia. Non è intelligente, è geniale: nel senso più notturno e più tedesco di questo brutto termine.

di Jorge Luis Borges