Multilateralismo

Cambiamenti climatici
e migrazioni

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30 aprile 2021

L’impegno dei potenti della terra contro il riscaldamento climatico e in favore di un modello di sviluppo sostenibile, ribadito nel corso del vertice straordinario organizzato dagli Usa, riguarda da vicino una delle grandi emergenze del nostro tempo, i movimenti migratori. Gli eventi meteorologici estremi sono di fatto la causa degli sfollamenti, l’abbandono da parte di intere popolazioni della propria terra, lo spostamento di milioni di persone alla ricerca di luoghi sicuri dove vivere. Dunque se l’emergenza climatica è la crisi che definisce il nostro tempo gli sfollamenti sono una delle sue conseguenze più devastanti.

Un rapporto pubblicato dall’Unhcr in occasione della Giornata della Terra ha analizzato come le catastrofi climatiche aggravano la povertà e l’insicurezza alimentare e dunque guidano le migrazioni. Secondo i dati forniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, nell’ultimo decennio, gli eventi meteorologici hanno innescato una media di 21,5 milioni di nuovi spostamenti ogni anno, più del doppio di quelli causati da conflitti e violenze e le stime prevedono che, senza un’azione ambiziosa per il clima e la riduzione del rischio di catastrofi, il numero di persone che necessiteranno di assistenza umanitaria a causa dei disastri potrebbe aumentare fino a 200 milioni all’anno entro il 2050, quasi il doppio del numero attuale. Dunque, ha dichiarato il responsabile dell’Unhcr, Filippo Grandi «più a lungo ritardiamo l’azione per sostenere i Paesi più poveri che sono altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici, peggiori saranno probabilmente le conseguenze, rendendo le risposte ancora più complesse e costose». È il caso dell’Afghanistan. Quasi tutte le sue 34 province sono state colpite da almeno un disastro negli ultimi 30 anni. Allo stesso tempo, il Paese è considerato il meno pacifico al mondo a causa di un conflitto di lunga data che ha ucciso e ferito migliaia di persone e causato milioni di sfollati. A metà del 2020, più di 2,6 milioni di afgani erano sfollati interni e altri 2,7 milioni vivevano come rifugiati registrati in altri Paesi, principalmente Pakistan e Iran. Inondazioni e siccità ricorrenti hanno aggravato la vulnerabilità dell’Afghanistan, la scarsità di cibo e acqua hanno ridotto le possibilità che i rifugiati e gli sfollati interni possano tornare nelle loro aree di origine. Le stime indicano che fino a 16,9 milioni di afgani — quasi la metà della popolazione del Paese — siano stati ridotti alla fame nel primo trimestre del 2021.

Il rapporto prevede inoltre che l’escalation del conflitto, l’instabilità economica e le condizioni aride peggioreranno ulteriormente l’insicurezza alimentare, riducendo al contempo l’accesso agli aiuti umanitari.

Non si vive meglio in Mozambico, dove negli ultimi anni crescenti violenze e disordini hanno provocato lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone. Nel frattempo, il ciclone Idai, una delle peggiori tempeste tropicali mai registrate nell’emisfero meridionale, ha colpito il Mozambico centrale nel marzo 2019 mentre il ciclone Kenneth ha attraversato il nord del Paese due mesi dopo. La tempesta tropicale Chalane ha colpito il Mozambico centrale nel dicembre 2020, seguita da vicino dal ciclone Eloise, che è approdato nella stessa regione alla fine di gennaio 2021. Eloise ha causato danni significativi alle infrastrutture di base e agli alloggi, compresi rifugi temporanei per le persone ancora sfollate dal ciclone Idai.

I ricorrenti disastri hanno ostacolato la ripresa nel Mozambico centrale, in particolare perché il Paese lotta per contenere la violenza e far fronte al numero crescente di sfollati a causa del conflitto nella provincia di Cabo Delgado. Alla fine del 2020, la violenza aveva costretto circa 670.000 persone nel nord a lasciare le loro case. Cicloni e inondazioni sempre più frequenti hanno devastato anche il Bangladesh e coinvolto gli oltre 870.000 rifugiati Rohingya fuggiti dalle violenze in Myanmar. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite è dunque necessario che gli Stati intraprendano «un’azione urgente e collettiva per combattere il cambiamento climatico». L’obiettivo è mitigare il suo impatto sulla vita e sui mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo perché non debbano abbandonare le loro case e la loro terra per cercare, su strade perigliose, una sicurezza di vita altrove.

di Anna Lisa Antonucci