Atlante - Cronache di un mondo globalizzato

Biden e i cento giorni

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30 aprile 2021

Cento giorni sono ovviamente ben pochi per valutare il successo o il fallimento di un’azione di governo. Sono invece più che sufficienti per presentare a un paese e al mondo il programma che un’amministrazione intende sviluppare. Anche se, inevitabilmente, la sorpresa è sempre dietro l’angolo, pronta a modificare le aspettative e a capovolgere le priorità. Ne sa qualcosa Donald Trump, che secondo alcuni avrebbe potuto ambire alla rielezione se la pandemia non avesse fatto irruzione sullo scenario globale.

Joe Biden, che ha appena tagliato il traguardo molto simbolico dei primi cento giorni alla Casa Bianca, spera, come tutti, che nulla di così tragico giunga a sconvolgere i suoi piani. Piani che peraltro sono in larghissima parte volti a lenire i devastanti effetti della pandemia. Nel discorso pronunciato mercoledì 28 davanti a una rappresentanza del Congresso (il virus impone le sue leggi anche nei luoghi del potere) Biden ha prima di tutto evidenziato il successo della campagna vaccinale, già partita, ad onore del vero, sotto il suo predecessore. La meta delle cento milioni di vaccinazioni promesse entro i primi cento giorni di presidenza è stata ampiamente raggiunta. I vaccini somministrati sono più del doppio e l’amministrazione mira ora ad immunizzare tutta la popolazione dai 16 anni in su.

Ma i vaccini, per quanto fondamentali, sono solo il primo passo del rilancio del paese travolto dalla crisi. E proprio nell’individuazione e nell’implementazione degli strumenti necessari a dare nuovo impulso economico e sociale agli Stati Uniti che Biden si giocherà il consenso interno. Perché la ricetta individuata e presentata mercoledì scorso al Congresso è a suo modo rivoluzionaria agli occhi dell’elettorato a stelle e strisce. È infatti intenzione del presidente lanciare un nuovo grande piano di welfare rivolto soprattutto alle famiglie: l’American Families Plan, da 1.800 miliardi di dollari, pagati interamente con aumenti delle tasse sugli americani più ricchi (quelli che guadagnano più di 400.000 dollari all’anno) e sulle rendite finanziarie, il cosiddetto capital gain. Il piano prevede che circa mille miliardi vengano utilizzati nei prossimi anni in misure a sostegno dell’istruzione (asili nido e college statali gratuiti e l’estensione di due anni dell’educazione a carico dello Stato), dell’assistenza sanitaria e dell’assistenza all’infanzia, mentre 800 miliardi di dollari saranno usati in detrazioni fiscali per famiglie e lavoratori con reddito medio-basso. Il nuovo piano si aggiunge all’American Rescue Plan, un pacchetto già approvato di misure economiche da 1.900 miliardi di dollari per combattere la povertà, e all’American Jobs Plan, un programma da duemila miliardi di dollari che prevede investimenti per migliorare trasporti, infrastrutture e creare posti di lavoro.

Alcuni osservatori hanno già parlato di un nuovo new deal, ma sta di fatto che Biden nel suo discorso al Congresso ha sottolineato la centralità del governo, cosa che da Ronald Reagan in poi è stata sempre accuratamente evitata, se non apertamente condannata, da chi ha ambito ad entrare o è entrato alla Casa Bianca. Ed è probabilmente su questo aspetto che si misurerà la capacità di Biden di riuscire a unire di nuovo il paese, come promesso nel suo discorso di insediamento. Come è noto una larghissima parte dell’elettorato statunitense vede infatti come fumo negli occhi l’attivismo dello stato, anche quando questo assume forme che per gli europei, abituati al welfare, sono ampiamente auspicabili.

Le iniziative proposte da Biden non mancheranno di suscitare la reazione negativa di parte di quell’elettorato che tradizionalmente si riconosce nei repubblicani. E il presidente è certamente consapevole di dovere accelerare i tempi, perché le elezioni di mezzo termine, tra due anni, potrebbero alterare gli equilibri, rendendogli la vita difficile. Come non sarà facile fare approvare la riforma della polizia intitolata a George Floyd (un segno contro il razzismo sistemico denunciato da Biden), o vincere l’interminabile battaglia contro la lobby delle armi.

È quindi un cammino lungo e tortuoso quello che attende il presidente, un cammino che in termini di consenso si gioca tutto sui temi interni. Perché il ritorno nell’accordo di Parigi, il tentativo di ripresa del dialogo con la Cina o le aperture sul nucleare iraniano sono questioni che colpiscono più l’opinione pubblica internazionale che quella statunitense. Nel mondo c’è sempre grande aspettativa verso gli Stati Uniti, ma poi a giudicare i presidenti sono sempre gli americani con il loro voto.

di Giuseppe Fiorentino