La consegna del Papa ai nove sacerdoti della diocesi di Roma ordinati nella domenica del buon Pastore

Preti capaci di vicinanza

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29 aprile 2021

Nel suo messaggio per la 58a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, il Santo Padre ha proposto a tutti i credenti san Giuseppe quale modello e custode delle vocazioni. Dio, infatti, lo ha scelto e chiamato, in quanto ha riconosciuto il suo cuore di padre, «capace di dare e generare vita nella quotidianità», perché ogni vocazione tende a questo: «generare e rigenerare vite ogni giorno».

In questo speciale anno a lui dedicato, il Papa ci invita a riconoscere in san Giuseppe «una figura straordinaria ma al tempo stesso tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi», in quanto egli, attraverso una vita ordinaria, umile e silenziosa, ha davvero portato a compimento qualcosa di straordinario agli occhi di Dio.

In questa intuizione del Santo Padre mi pare di scorgere un chiaro invito a riscoprire l’importanza di tornare a proporre ideali vocazionali alti ma non per questo lontani dalla vita della gente oppure insignificanti rispetto alle sfide quotidiane che l’uomo di oggi è chiamato ad affrontare. La persona di Giuseppe, da sempre, affascina il cuore dei cristiani perché egli appare chiaramente come l’uomo dal cuore grande e fedele, spalancato verso il cielo, ma anche come il credente con i piedi piantati saldamente per terra, pratico e concreto. Forse la crisi delle vocazioni, o meglio delle risposte alla vocazione, che tanto intimorisce e preoccupa molti pastori, trova la sua ragion d’essere proprio nella percezione di un progressivo distacco tra la fede e la vita, come se i chiamati non fossero più capaci di «dare e generare vita nella quotidianità», secondo l’esempio di Giuseppe.

L’umile falegname di Nazareth ci insegna che la vita diviene feconda grazie alla capacità di sognare, di servire e di essere fedeli. Infatti, i sogni portarono lo sposo di Maria «dentro avventure inaspettate», nelle quali il coraggio di seguire la volontà di Dio, più che i propri progetti, si rivelò sempre vincente.

Inoltre, la dimensione del servizio non solo rende conformi a colui che è venuto non per essere servito ma per servire, ma sembra rispondere profondamente anche alle attese dell’uomo contemporaneo, portato a riconoscere con spontaneità la testimonianza di coloro che si prendono cura degli ultimi, degli indifesi, dei malati e dei poveri.

Infine, un terzo aspetto caratterizza la vita di san Giuseppe così come ogni altra vocazione cristiana: la fedeltà vissuta nel quotidiano. L’artigiano di Nazareth è l’uomo giusto, che medita, pondera e non si lascia dominare dalla fretta. Egli ci ricorda che tutto nella vita ha bisogno di essere coltivato con pazienza e che «l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte... Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno».

Il Santo Padre, in questa 58a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, ha conferito l’ordinazione presbiterale a nove diaconi della diocesi di Roma nella basilica di San Pietro, invitandoli a essere «pastori che vanno con il popolo di Dio: a volte davanti al gregge, a volte in mezzo o dietro, ma sempre lì, con il popolo di Dio».

Egli ha indicato nella vicinanza, nella compassione e nella tenerezza le tracce dello stile di Dio, che ogni presbitero deve sforzarsi di seguire lungo il cammino del suo ministero.

Il tema della vicinanza del prete, evocato nell’omelia della domenica del buon Pastore, sembra riecheggiare in qualche modo quella vicinanza alla condizione umana che il Santo Padre ha proposto quale elemento costitutivo della vocazione di san Giuseppe, nel messaggio del 19 marzo.

Infatti, il Papa, dopo aver ricordato l’importanza della vicinanza a Dio, al proprio Vescovo e ai fratelli presbiteri, ha affermato che «per me, dopo Dio, la vicinanza più importante è al santo popolo fedele di Dio». Nessun prete, infatti, dovrebbe mai dimenticare di essere stato chiamato e scelto in mezzo al popolo di Dio, nessuno è autorizzato a dimenticare la famiglia e il popolo da cui proviene.

La vicinanza al Signore, nella fedeltà alla preghiera quotidiana e al dialogo con Lui, è decisiva nella vita di un prete, in quanto «un sacerdote che non prega lentamente spegne il fuoco dello Spirito» che ha dentro. La vicinanza al vescovo, anche nei momenti difficili, aiuta a sperimentare la guida e il sostegno da parte di un padre, mentre la vicinanza tra preti apre all’unità e aiuta a vincere la logica del pettegolezzo.

Un presbitero vicino al Signore, al vescovo, ai fratelli sacerdoti e al popolo di Dio sarà certamente un prete capace di compassione e tenerezza. Chi è vicino, infatti, è sempre disposto a «perdere tempo» per ascoltare, consolare e perdonare.

Quanto più un prete è vicino al «povero e santo popolo di Dio», tanto più sarà lontano dalla vanità e dai soldi, perché non accada di diventare sacerdoti e finire con l’essere «imprenditori», uomini che dovrebbero essere di Dio e hanno, invece, il cuore attaccato al proprio ufficio e all’amministrazione.

Il commosso racconto, riferito dal Papa al termine dell’omelia, della storia di un anziano dipendente morto, perché rimproverato severamente da un prete «che aveva in mano tante amministrazioni», diviene monito perché la Chiesa si interroghi ancor più profondamente sulla formazione di coloro che sono chiamati a vivere nel sacerdozio ordinato lo stile di vicinanza, compassione e tenerezza di Dio.

Ritengo che, fin dai tempi del seminario, i candidati al presbiterato debbano essere aiutati a coltivare la vicinanza di cui ha parlato Papa Francesco. Infatti, già nell’ambito del discernimento iniziale, occorrerà verificare tra le principali motivazioni vocazionali l’autenticità del desiderio e della capacità di prossimità a Dio e ai fratelli. Inoltre, durante le altre tappe del cammino formativo, occorrerà proporre ai giovani esperienze stabili e significative di vicinanza con il vescovo, il presbiterio e il popolo di Dio, oltre a uno stile di fedele dialogo spirituale con il Signore. Infatti, appare chiaro che il semplice buon profitto nello studio della teologia, della spiritualità e della pastorale non possono essere sufficienti a trasformare un cuore di pietra, distratto o superficiale, in un cuore di carne, capace di compassione e misericordia. Solo così potremo affermare, con gioia e convinzione, che coloro che si preparano a diventare sacerdoti non si sono «chiusi in seminario» ma che anzi, proprio in seminario, si sono aperti a Dio e ai fratelli.

di Beniamino Stella
Cardinale prefetto della Congregazione per il clero