Un progetto di restauro dei Musei Vaticani

Antichi smalti
tornano a splendere

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28 aprile 2021

Nella notte tra il 10 e l’11 luglio del 1989, dal Museo Diocesano dell’Arcidiocesi di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino, allestito pochi anni prima per volontà dell’arcivescovo Mario Ismaele Castellano presso i locali del Pontificio Seminario Regionale Pio xii a Montarioso, nella periferia nord della città, furono rubate undici preziose suppellettili liturgiche, realizzate in metallo prezioso e risalenti ad un arco di tempo dal xii al xviii secolo. Calici e pissidi in argento, un reliquiario a tempietto gotico e una croce da altare squisitamente romanica in rame dorato, ma soprattutto il celeberrimo reliquiario cosiddetto di San Galgano, non tanto perché conservasse le reliquie del santo cavaliere, ma perché commissionato dai monaci cistercensi dell’omonima abbazia, celebre oggi per i suoi suggestivi ruderi che si innalzano imponenti verso il cielo. Un capolavoro assoluto dell’oreficeria senese del primo Trecento, attribuibile alla bottega di Tondino di Guerrino, che in quel periodo era in società con Andrea Riguardi: autori già noti per aver realizzato manufatti simili come le patene di San Domenico a Perugia, un calice con doppia firma oggi conservato al British Museum, e la croce liturgica di Santa Vittoria in Matenano, nelle Marche firmane.

L’oreficeria gotica senese aveva raggiunto nel secolo xiv livelli di qualità altissima, soprattutto per la preziosità degli smalti, realizzati in traslucido e finemente distribuiti sul bassorilievo del metallo con la precisione dei miniaturisti. Il grande capostipite di questa scuola, Guccio di Mannaia, aveva realizzato il celebre calice della basilica di San Francesco ad Assisi, donato dal primo Papa francescano Niccolò iv poco prima della sua morte (1292). Sempre dalla corte pontificia i grandi orafi senesi avevano ricevuto la commissione di un reliquiario per il Corporale del Miracolo eucaristico di Bolsena, conservato nella cattedrale di Orvieto e realizzato nel 1338 da Ugolino di Vieri. In mezzo a questi due giganti si pone il prezioso reliquiario galganiano, ritrovato dopo trentadue anni dal Nucleo Tutela del Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri di Palermo, presso un collezionista privato della Provincia di Catania. Il reliquiario, detto anche di Fròsini, poiché conservato, dopo travagliate vicende, in questo piccolo centro del Comune di Chiusdino dalla fine dell’Ottocento fino al suo trasferimento nel Museo Diocesano, è un reliquiario cosiddetto “a tabella”, realizzato in rame dorato e smalti, contenente settantaquattro finestrelle circolari per l’esposizione dei frammenti di reliquie di vari santi. Gli smalti traslucidi raffigurano scene della vita di San Galgano, un cavaliere e poi monaco eremita, nato e vissuto nel territorio di Chiusdino nella seconda metà del secolo xii . La qualità dell’iconografia realizzata da Tondino e soci, permette di associare la sensibilità artistica a quella del pittore senese Pietro Lorenzetti, fratello del più famoso Ambrogio, attivo in quegli anni anche nella realizzazione degli affreschi della basilica inferiore di San Francesco in Assisi.

Degli undici oggetti trafugati, dieci sono stati rinvenuti. Manca ancora un calice cinquecentesco in argento, proveniente dall’antica Certosa di Maggiano, nei pressi di Siena.

I reperti hanno subito traumi importanti: il progetto di restauro, per volontà dell’Arcivescovo di Siena, il cardinale Augusto Paolo Lojudice, è stato affidato ai Musei Vaticani, che nella persona del direttore Barbara Jatta hanno accolto con entusiasmo la proposta, occasione preziosa anche per un approfondimento di studio sulle sofisticate e ancora poco note tecniche di realizzazione di questi capolavori, opere d’arte e di fede che torneranno a parlare all’uomo di oggi col linguaggio della bellezza e dell’anelito a Dio.

di Enrico Grassini
Direttore Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici
Arcidiocesi di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino


La dignità restituita all’arte: un linguaggio per tutti


Una proprietà violata è sempre un grande dolore. Un luogo sacro violato è ancora più doloroso, perché la ferita non solo viene inferta all’intimo di ciascuno, ma ad una comunità intera; nel caso dell’arte e di ciò che essa produce come linguaggio di bellezza, è una ferita inferta all’umanità.

Gli oggetti non sono idoli, ma alcuni di essi sono segni di tradizioni vive, di vite di persone: non solo di chi li ha realizzati, ma anche di coloro per i quali hanno rappresentato un significato particolare di fede. L’arte è uno dei linguaggi che l’annuncio cristiano ha sempre privilegiato, ma parla a tutti, è un patrimonio di tutti. Ritrovare nuovamente questi preziosi oggetti e restituirli non solo alla loro integrità, ma alla fruibilità di chiunque voglia, è come celebrare l’unità di un popolo che percorre insieme un tratto di strada e in cui ognuno fa la sua parte: l’unità della Chiesa senese, porzione e segno dell’unica Chiesa, dell’unico popolo in cammino.

«È una bellezza, quella dell’arte, che fa bene alla vita e crea comunione»; con queste parole il Santo Padre salutava i sostenitori della tutela e della valorizzazione del patrimonio dei Musei Vaticani (Saluto ai Patrons of the Arts in the Vatican Museums, 28.09.2018). L’arte emerge dall’inquietudine del cuore umano che cerca l’infinito, un moto dell’anima che ogni uomo ha sempre vissuto, accolto e assecondato attraverso il segno della bellezza: un’armonia degli elementi che parla di vita, ed eleva lo sguardo oltre gli egoismi e gli interessi di parte. La bellezza dell’arte rende bontà alla vita e crea legami di comunione che seminano frutti di pace. Grazie alla perizia dell’Arma dei Carabinieri oggi si rimargina una ferita alla dignità umana; perché è missione della Chiesa parlare a tutti di bellezza e con bellezza, per dare a ciascuno la possibilità di seguire la via verso l’infinito, dal quale siamo naturalmente attratti: bellezza e bontà che conducono a Dio.

di Augusto Paolo Lojudice
Cardinale, Arcivescovo di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino