RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

La gioia
di una “brutta” notizia

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26 aprile 2021

«È morta Suor Lucina?». Sabato scorso mi trovavo all’abbazia di Viboldone, un bel luogo dove stare ogni tanto, dove fermarsi. Ed ecco che arriva la notizia della morte, per covid, di suor Lucina Canu, della famiglia delle paoline. Era anziana suor Lucina e molto amata, da molti. A dispetto del suo nome la luce che da lei emanava era grande. Un volto luminoso quello di suor Lucina, al punto che era sembrato naturale a questo giornale raccontare questa “faccia bella della Chiesa” in uno dei primi numeri della serie di ritratti (così intitolata, ideata e realizzata dal nostro Roberto Cetera) uscito il 13 settembre 2019.

In quel momento in cui la notizia è giunta all’improvviso (così del resto arrivano spesso le notizie) un dettaglio mi ha colpito, infinitesimale ma illuminante, che ha confermato la grandezza di questa piccola e anziana suora paolina, ed è stato che quella domanda lì («è morta suor Lucina?») mi è stata rivolta da Antonietta, una monaca benedettina dell’abbazia, amica personale di suor Lucina,  con un volto e un’espressione che penso non dimenticherò mai: un volto gioioso, quasi raggiante. Se è vero che il diavolo si cela nei dettagli è ancora più vero che anche Dio è nascosto proprio lì, nelle pieghe infinitesimali quanto infinite della vita. Suor Antonietta aveva una gioia, un’allegria che sprizzava dai suoi occhi, dal tono della voce, dal sorriso più che accennato. La mia mente, non so se borghese ma comunque molto piccola, incapace comunque di cogliere questa grandezza, per una frazione di secondo è stata attraversata da una domanda meschina di cui ancora mi vergogno: «Ma forse le due erano in realtà nemiche al punto che una gioisce per la morte dell’altra?». Ma con la stessa velocità con cui era emersa la domanda si è volatilizzata, evaporata di fronte al fuoco che quel volto di suor Antonietta esprimeva. Esprimeva una forza, sotto forma di gioia, che era più grande della mia comprensione ormai impolverata da secoli di sentimentalismi e moralismi, una forza zampillante e antica, di oltre due millenni: la gioia di quelle persone che vivono, semplicemente, il Vangelo. Proprio come le due suore amiche che, tramite me latore di questa notizia, si stavano salutando. 

Per suor Antonietta quella è una buona, bella notizia, da accogliere con letizia: la sua amica ha raggiunto finalmente la vita piena, quella beatitudine verso la quale ha camminato ogni giorno qui su questa terra dispensando gioia e sapienza a chiunque incrociasse la sua strada. 

Da Viboldone mi sono portato dietro e dentro, proprio nel profondo del cuore, questa scena colta con la coda dell’occhio, che mi ha trafitto con un mix di gioia e dolore e ancora sta lì, e lavora, cresce. Per anni ho insegnato religione agli adolescenti e spesso la conversazione ruotava e poi andava a finire sul tema, ampio quanto insidioso perché inevitabilmente vago, del “senso della vita” e ora, con quella domanda pronunciata in quel modo, suor Antonietta mi ha costretto a spostare di 180 gradi lo sguardo e a riflettere su un altro tema, concreto, ustionante e ora penso più importante: il senso della morte. Di questa “conversione di 180 gradi” forse avremmo bisogno tutti, perché sarebbe bello avere quella stessa prontezza, quella capacità di accogliere il dono di una grazia così grande come quella che rivelavano gli occhi di un’anziana suora che apprendeva la notizia della perdita di un’amica. 

di Andrea Monda