Il banco di prova dell’immigrazione

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24 aprile 2021

Era il 2018 quando gli stati membri delle Nazioni Unite finalizzavano il primo accordo globale sulle migrazioni, il cosiddetto Global Compact. Lo scopo fondamentale dell’intesa era quello di assicurare una migrazione ordinata e regolare proponendo modelli di collaborazione internazionale alternativi. Un esempio di multilateralismo, innegabile successo del dialogo e del negoziato, che però non era privo di tanti difetti congeniti, in primo luogo il carattere non vincolante dell’intesa. Non tutte le questioni vennero affrontate in maniera adeguata, a partire dalla lotta all’immigrazione illegale o la detenzione minorile. Ciò nonostante, in quel momento il Global Compact fu un segno di speranza, l’indicazione di un futuro possibile per tanti “dannati della terra”.

A tre anni di distanza quella speranza si è spenta. Sull’immigrazione un approccio multilaterale, nel senso più genuino del termine, cioè come capacità di coordinare le politiche nazionali in nome di obiettivi più vasti e non discriminatori, sembra ancora molto lontano. Il caso europeo lo dimostra chiaramente: dopo la grande crisi economica del 2007-2008 e lo scoppio della guerra in Siria nel 2011, il flusso dei migranti dall’Africa, dal Medio oriente e dall’Asia verso il vecchio continente è tragicamente aumentato. Tuttavia, dopo anni di dibattiti, su questo punto non c’è ancora una politica europea comune basata sul dialogo e la cooperazione con i Paesi di provenienza. In una risoluzione del 2017 i parlamentari Ue avevano auspicato chiaramente «un approccio più olistico e duraturo, con legami più stretti tra sfera umanitaria da un lato e lo sviluppo dall’altro». Parole rimaste sulla carta. La tragedia umanitaria che si sta compiendo sulla rotta balcanica (l’incendio che ha distrutto il campo di Lipa, nella Bosnia ed Erzegovina, nel gennaio scorso), il silenzioso eccidio a largo delle coste nord-africane (130 morti nell’ultimo naufragio) in Siria (i bombardamenti dei campi in Libano) o nel Golfo di Aden (le rotte dei disperati in fuga dal conflitto yemenita) sono lì a dimostrarlo.

Ma l’Europa non è un caso unico. Altre tre ferite aperte dell’immigrazione mostrano che su questo tema un approccio multilaterale, anche se facile a dirsi, è molto più difficile a realizzarsi. La prima ferita è quella al confine tra Myanmar e Bangladesh e si trova a Cox’s Bazar: è il più grande campo profughi del mondo, una città dove vivono migliaia di rifugiati rohingya fuggiti dalle violenze e privati di tutto. Da mesi il governo di Dacca sta deportando centinaia di rohingya verso un’isoletta nel mezzo del Golfo del Bengala. La seconda ferita si trova nel Pacifico al largo dell’Australia: nei centri di smistamento dell’isola di Nauru centinaia di richiedenti asilo dal sud-est asiatico attendono da anni di essere ricollocati. Spesso decidono di suicidarsi piuttosto che continuare a sperare. La terza ferita è quella al confine tra Messico e Stati Uniti: l’immagine del corpo del migrante morto a marzo mentre cercava di aggirare il muro immortala un’altra tragedia che sembra senza fine.

La presidenza di Joe Biden segnerà un ritorno al multilateralismo? Difficile dirlo oggi. Nel mondo post-guerra fredda, nel quale il potere è multipolare e distribuito, raggiungere il consenso attraverso il negoziato e il dialogo è necessario, ma difficile. Tutte le principali potenze mondiali sostengono l’importanza di un approccio multilaterale, ma ne danno interpretazioni diverse che riflettono le tensioni in corso (Usa-Cina) e le rivalità storiche (Usa-Russia) – e queste spesso si sovrappongono. Ciò non vuol dire che il multilateralismo sia finito, ma che il significato di questo concetto si sta trasformando radicalmente. E l’immigrazione è un banco di prova cruciale.

di Luca M. Possati