La settimana di Papa Francesco

Il magistero

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22 aprile 2021

Giovedì 15


Unità e riconciliazione per il Brasile

Desidero rivolgermi a tutti i brasiliani in un momento in cui questo amato Paese affronta una delle prove più difficili.
Centinaia di migliaia di famiglie piangono la perdita di una persona cara.
Giovani e anziani, padri e madri, medici e volontari, ministri sacri, ricchi e poveri: la pandemia non ha escluso nessuno nella sua scia di sofferenza.
Penso ai vescovi vittime del covid. Chiedo a Dio di concedere alle persone decedute il riposo eterno e di consolare i cuori afflitti dei familiari che spesso non hanno neppure potuto dire addio ai loro cari.
Questo andarsene senza potersi dire addio, nella solitudine più spoglia, è una delle sofferenze grandi.
Non possiamo arrenderci! Possiamo superare questo tragico momento.
La speranza ci dà coraggio per alzarci. La carità ci esorta a piangere con quanti piangono e a dare una mano ai bisognosi.
E la carità esorta noi vescovi a spogliarci. Non abbiate paura di spogliarvi, ognuno sa di che cosa.
È possibile superare la pandemia e le sue conseguenze, solo se saremo uniti.
La Conferenza episcopale deve essere una, perché il popolo che soffre è uno.
In Brasile, nel riferirmi alla storia di Nossa Senhora Aparecida, ho [definito] quell’immagine ritrovata rotta come simbolo della realtà brasiliana: «Quello che era spezzato, riprende l’unità... un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso. Muri, abissi, distanze presenti anche oggi sono destinati a scomparire. La Chiesa non può trascurare questa lezione e deve essere strumento di riconciliazione» (All’episcopato, 27 luglio 2013).
Essere strumento di riconciliazione, di unità. Questa è la missione della Chiesa in Brasile. Oggi più che mai! Mettere da parte le divisioni, le divergenze.
Solo così, come pastori, potrete ispirare cattolici,  cristiani, e  uomini e donne di buona volontà — a tutti i livelli della società, istituzionale e governativo —, a lavorare insieme, per superare non solo il coronavirus, ma anche il virus dell’indifferenza, che nasce dall’egoismo e genera ingiustizia.
Quest’assemblea dia frutti di unità e riconciliazione per il popolo brasiliano e nella Conferenza episcopale. Unità non è uniformità, ma armonia; l’unità armoniosa che dà solamente lo Spirito Santo.
Imploro Nossa Senhora Aparecida che, come Madre, ottenga per  i suoi figli la grazia di essere custodi del bene e della vita degli altri e promotori di fratellanza.

(Videomessaggio alla 58a assemblea generale
della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani)

Una politica di fraternità è la vera risposta ai populismi

Vi saluto all’inizio di questa conferenza, organizzata dal Centro per la Teologia e la Comunità a Londra su temi del libro Ritorniamo a sognare, soprattutto per quel che concerne i movimenti popolari e le organizzazioni che li sostengono.
Saluto la Campagna Cattolica per lo Sviluppo Umano che celebra cinquant’anni di aiuto alle comunità più povere negli Stati Uniti perché vivano più degnamente, promuovendo la loro partecipazione alle decisioni che le riguardano.
In questa dimensione lavorano anche altre organizzazioni del Regno Unito, della Germania, e di altri Paesi, la cui missione è accompagnare il popolo nella lotta per «la tierra, el techo y el trabajo» — le famose tre “T”, [“la terra, il tetto e il lavoro ”] — e  rimanere al suo fianco quando si scontra con atteggiamenti di opposizione e disprezzo.
La povertà e l’esclusione dal mercato del lavoro che derivano da questa pandemia  hanno reso più urgente la vostra opera.
Uno dei vostri obiettivi è dimostrare che la vera risposta al populismo non è  più individualismo ma  una politica di fraternità, radicata nella vita del popolo.
In un recente libro, il reverendo Angus Ritchie descrive questa politica come «populismo inclusivo»: a me piace usare «popolarismo» per esprimere la stessa idea. Quello che importa è la visione: trovare meccanismi per garantire a tutte le persone una vita degna.
Questa la chiamo «Politica con la P maiuscola», politica come servizio, che apre nuovi cammini affinché il popolo si organizzi e si esprima.
È una politica non solo per il popolo ma con il popolo, radicata nelle sue comunità e nei suoi valori.
Invece i populismi seguono piuttosto come ispirazione «Tutto per il popolo, nulla con il popolo», paternalismo politico.
Il popolo nella visione populista non è protagonista del suo destino, ma finisce debitore di un’ideologia.
Quando il popolo è scartato, viene privato del benessere materiale e anche della dignità dell’agire, dell’essere protagonista della sua storia, del suo destino, dell’esprimersi con i suoi valori e la sua cultura, della sua creatività, della sua fecondità.
Per la Chiesa è impossibile separare la  giustizia sociale dal riconoscimento della cultura del popolo, includendo i valori spirituali che sono fonte del suo senso di dignità. Nelle comunità cristiane questi valori nascono dall’incontro con Gesù, che cerca instancabilmente chi è scoraggiato o perso.
Molti di voi lavorano nelle periferie e accompagnando i movimenti popolari. A volte può essere scomodo. Alcuni vi accusano di essere troppo politici, altri di voler imporre la religione. Ma rispettare il popolo è rispettare le sue istituzioni, anche quelle religiose.

Le diocesi collaborino con i movimenti popolari

Il vero pastore è colui che ha il coraggio di camminare davanti, in mezzo e dietro al popolo. Davanti per indicare il cammino, in mezzo per sentire con il suo popolo e non sbagliarsi, e dietro per aiutare quanti sono rimasti indietro e per lasciare che il popolo con il suo olfatto trovi a sua volta cammini.
 Desidero che tutte le diocesi del mondo abbiano una collaborazione sostenuta con i movimenti popolari.
Andare incontro a Cristo ferito e risorto nelle comunità più povere ci consente di riacquistare  vigore missionario, perché così è nata la Chiesa, nella periferia della Croce.
Una politica che si disinteressa dei poveri non potrà mai promuovere il bene comune. Una politica che si disinteressa delle periferie non saprà mai comprendere il centro e confonderà il futuro con un proiettarsi attraverso uno specchio.
Un modo di disinteressarsi dei poveri è disprezzare la loro cultura, sia scartandoli sia sfruttandoli. Il disprezzo della cultura popolare è l’inizio dell’abuso di potere.
È imprescindibile che le comunità di fede s’incontrino per lavorare «per e con il popolo». Ora più che mai dobbiamo costruire un futuro dal basso, da una politica  radicata nel popolo.

(Videomessaggio alla Conferenza internazionale
“A Politics Rooted in the People”)

La santità è la vocazione di tutti i credenti

L’espressione «donna eccezionale» la utilizzò san Paolo vi.  La riconosciuta rilevanza di santa Teresa non è altro che la conseguenza di ciò che per lei era importante: la sua «determinata determinazione» di perseverare nell’unione con il Signore attraverso la preghiera.
Teresa di Gesù è eccezionale, prima di tutto perché è santa. La sua docilità allo Spirito la unisce a Cristo e resta «tutta infiammata di grande amore di Dio».
L’audacia, la creatività e l’eccellenza di Teresa, come riformatrice, sono il frutto della presenza interiore del Signore.
I nostri giorni hanno molte similitudini con quelli del xvi secolo in cui visse.
Come allora, anche ora noi cristiani siamo chiamati a far sì che, attraverso di noi, la forza dello Spirito continui a rinnovare la  terra  nella certezza che sono i santi a permettere che il mondo avanzi.
È bene ricordare la chiamata universale alla santità di cui ha parlato il  Vaticano ii , che non è solo per alcuni «esperti del divino», ma è la vocazione di tutti i credenti.
L’unione con Cristo, che i mistici come Teresa sperimentano in modo speciale per pura grazia, la riceviamo attraverso il battesimo.  I santi ci stimolano e ci motivano, ma  la santità non si copia. Ognuno ha il suo cammino.
La stessa Teresa avverte le sue monache che la preghiera non è per sperimentare cose straordinarie, ma per unirci a Cristo.
Il segno che questa unione è reale sono le opere di carità.
Il cammino che l’ha resa una donna eccezionale e una persona di riferimento attraverso i secoli, è aperto a tutti coloro che umilmente si aprono all’azione dello Spirito nella vita, e il segno che stiamo avanzando è essere sempre più umili, attenti ai bisogni dei fratelli.
Questo cammino non si apre a quanti si considerano puri e perfetti, i catari di tutti i secoli, ma a quanti, consapevoli dei loro peccati, scoprono la bellezza della misericordia di Dio. Lui non si stanca mai di perdonare.
Noi ci stanchiamo di chiedere perdono, e lì è il pericolo.

Donna creativa e innovatrice

La preghiera fece di Santa Teresa una donna creativa e innovatrice. A partire essa scoprì l’ideale di fratellanza che volle rendere realtà nei conventi da lei fondati.
Nella preghiera lei si è sentita trattata come sposa e amica da Cristo. Attraverso la preghiera si è aperta alla speranza.
Viviamo, come Teresa, tempi per nulla facili, che hanno bisogno di amici fedeli di Dio. La grande tentazione è cedere alla delusione, alla rassegnazione, al funesto e infondato presagio che tutto andrà male.
Questo pessimismo infecondo. Alcune persone, impaurite da questi pensieri, tendono a chiudersi, a rifugiarsi in piccole cose.
Ricordo un convento, dove tutte le monache si erano rifugiate in piccole cose. Lo chiamavano il «convento cosina, cosina, cosina» perché tutte rinchiuse in progetti egoistici che non edificano, piuttosto distruggono.

(Videomessaggio al Congresso “Mujer excepcional”
nel 50° anniversario della proclamazione di santa
Teresa d’Ávila a Dottore della Chiesa)


Domenica 18


Nel Cenacolo a Gerusalemme

In questa domenica ritorniamo nel Cenacolo, [dove] il risorto si presenta ai discepoli. Ma essi sono spaventati, credono «di vedere un fantasma»... Allora Lui mostra loro le ferite e dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi — le piaghe —: sono io! Toccatemi».E gli Apostoli “per la grande gioia ancora non credevano”.... non potevano credere che quella cosa fosse vera. Ed erano stupefatti, stupiti; perché l’incontro con Dio porta sempre allo stupore: va oltre l’entusiasmo.Questa pagina evangelica è caratterizzata da tre verbi, che riflettono la vita personale e comunitaria: guardare, toccare e mangiare.  Tre azioni che possono dare la gioia di un vero incontro con Gesù vivo.

Guardare

non è solo vedere, è di più, comporta anche l’intenzione, la volontà. Per questo è uno dei verbi dell’amore. La mamma e il papà guardano il loro bambino, gli innamorati si guardano a vicenda; il bravo medico guarda il paziente.È un primo passo contro l’indifferenza, contro la tentazione di girare la faccia da un’altra parte, davanti alle difficoltà e alle sofferenze degli altri.

Toccare

Gesù indica che la relazione con Lui e con i nostri fratelli non può rimanere “a distanza”, non esiste un cristianesimo soltanto sul piano dello sguardo. L’amore chiede il guardare e chiede anche vicinanza, contatto, condivisione della vita. Il buon samaritano non si è limitato a guardare quell’uomo  mezzo morto lungo la strada: si è chinato, gli ha medicato le ferite, lo ha toccato e portato alla locanda. E così con Gesù: amarlo significa entrare in una comunione di vita.

Mangiare

esprime bene la nostra umanità nella sua più naturale indigenza, cioè il nostro bisogno di nutrirci per vivere.
Ma il mangiare, quando lo facciamo insieme, in famiglia o tra amici, diventa pure espressione di amore, espressione di comunione, di festa.
Quante volte i Vangeli presentano Gesù  in questa dimensione conviviale! Il Convito eucaristico è diventato segno emblematico della comunità cristiana.
Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva. Essere cristiani non è una dottrina o un ideale morale, è relazione: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli.

Beatificati i martiri di Casamari

Ieri, nell’Abbazia di Casamari, sono stati proclamati Beati Simeone Cardon e cinque compagni martiri, monaci cistercensi.
Nel 1799, quando soldati francesi in ritirata da Napoli saccheggiarono chiese e monasteri, questi miti discepoli di Cristo resistettero  per difendere l’Eucaristia dalla profanazione.
Il loro esempio ci spinga a un maggiore impegno di fedeltà a Dio, capace di trasformare la società e di renderla più giusta e fraterna.

Di nuovo in piazza

Grazie a Dio possiamo ritrovarci  di nuovo in questa  piazza per l’appuntamento domenicale e festivo... Sono contento.

(Regina caeli dalla finestra dello studio del Palazzo apostolico)


Mercoledì 21


La preghiera diventa parola sulle labbra dei semplici

La preghiera è dialogo con Dio. Nell’essere umano, la preghiera diventa parola, invocazione, canto, poesia. Le parole sono nostre creature, ma sono anche nostre madri e ci plasmano.
Nascono dai sentimenti, ma esiste anche il cammino inverso: quello per cui le parole modellano i sentimenti.
La Bibbia educa l’uomo a far sì che tutto venga alla luce della parola, che nulla di umano venga escluso, censurato.
Soprattutto il dolore è pericoloso se rimane coperto, chiuso dentro… Un dolore che non può esprimersi o sfogarsi, può avvelenare l’anima; è mortale.
La Sacra scrittura insegna a pregare anche con parole talvolta audaci.
Gli scrittori sacri non vogliono illuderci sull’uomo: sanno che nel suo cuore albergano anche sentimenti poco edificanti, addirittura l’odio.
Nessuno nasce santo, e quando questi sentimenti cattivi bussano alla porta bisogna essere capaci di disinnescarli con le parole di Dio.
Nei salmi troviamo anche espressioni molto dure contro i nemici, che i maestri spirituali ci insegnano a riferire al diavolo e ai nostri peccati.
Eppure sono parole che appartengono alla realtà umana e sono finite nell’alveo delle Sacre Scritture per testimoniare che, se davanti alla violenza non esistessero le parole, per rendere inoffensivi i cattivi sentimenti, per incanalarli così che non nuocciano, il mondo ne sarebbe sommerso.

La prima orazione umana è vocale

La prima preghiera umana è sempre una recita vocale. Per prime si muovono sempre le labbra. Anche se sappiamo che pregare non significa ripetere parole, la preghiera vocale è la più sicura ed è sempre possibile. I sentimenti invece, per quanto nobili, sono sempre incerti.  La preghiera del cuore è misteriosa e in certi momenti latita. La preghiera delle labbra, quella che si bisbiglia o si recita in coro, è invece sempre disponibile, e necessaria come il lavoro manuale.Ai discepoli, attratti dalla preghiera silenziosa del Maestro, questi insegna una preghiera vocale: il Padre nostro. Tutti dovremmo avere l’umiltà di certi anziani che, in chiesa, forse perché ormai il loro udito non è più fine, recitano a mezza voce le preghiere che hanno imparato da bambini, riempiendo la navata di bisbigli.Quella preghiera non disturba il silenzio, ma testimonia la fedeltà al dovere dell’orazione, praticata per tutta una vita. Questi oranti dalla preghiera umile sono i grandi intercessori delle parrocchie. Sono le querce che di anno in anno allargano le fronde, per offrire ombra al maggior numero di persone. Alla preghiera vocale si può restare sempre fedeli. È come un’àncora: aggrapparsi alla corda per restare fedeli, accada quel che accada.

La giaculatoria del pellegrino russso

Abbiamo tutti da imparare dalla costanza di quel pellegrino russo, di cui parla una celebre opera di spiritualità, il quale ha appreso l’arte della preghiera ripetendo per infinite volte la stessa invocazione: “Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di noi, peccatori!”. Ripeteva solo questo. Se arriveranno grazie nella sua vita... è perché ha insistito nella recita di una semplice giaculatoria cristiana che diventa parte del suo respiro. È bella la storia del pellegrino russo, un libro alla portata di tutti. Consiglio di leggerlo: aiuterà a capire  la preghiera vocale.Non dobbiamo disprezzare la preghiera vocale. Qualcuno dice: “Eh, è cosa per i bambini, per la gente ignorante”. Non bisogna cadere nella superbia di disprezzare la preghiera vocale. È la preghiera dei semplici, quella che ci ha insegnato Gesù.Le parole che pronunciamo ci prendono per mano; destano anche il più assonnato dei cuori; risvegliano sentimenti di cui avevamo smarrito la memoria, e ci portano verso l’esperienza di Dio. E soprattutto sono le sole, in maniera sicura, che indirizzano le domande che Lui vuole ascoltare. Gesù non ci ha lasciato nella nebbia.

(Udienza generale nella Biblioteca privata)