Biden: il razzismo sistemico una macchia per la nazione

Colpevole di omicidio
l’agente che uccise Floyd

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21 aprile 2021

«Colpevole, colpevole, colpevole». Il presidente della giuria, che ha rivissuto in aula per tre settimane l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto, risponde tre volte con questa parola al giudice che lo interroga sul verdetto raggiunto per ogni capo d’accusa: Derek Chauvin, l’agente che ha tenuto inchiodato a terra il 46enne George Floyd per oltre nove minuti premendogli il collo con un ginocchio e senza neppure darsi la pena di togliersi la mano di tasca, rischia ora 40 anni di carcere.

Il procuratore che lo accusava aveva chiesto ai giurati: «Limitatevi a credere ai vostri occhi. Guardate quel video. Chauvin ha deliberatamente strizzato via la vita dal corpo di Floyd». La notizia, attesa oltre una barriera metallica all’esterno del Tribunale — dopo giorni di lacrime, rabbia, rivolta violenta e protesta civile mescolate per le strade senza distinguere il giorno dalla notte e fra ondate di arresti di manifestanti bianchi, neri, asiatici, ispanici — è stata accolta da un boato incredulo. Qualcuno ha detto, addirittura, un ruggito. La tensione si è sciolta in canti, abbracci. Una manifestazione di sollievo che ha attraversato per un attimo i mille angoli della nazione dove, invece, si temevano rivolte e dove era mobilitata la Guardia Nazionale. In quella che a Washington è stata chiamata piazza Black Lives Matter, recintata e sorvegliata per timore di disordini, la gente in attesa si è coperta la faccia ed ha pianto.

«Non possiamo fermarci qui» ha detto alla nazione il presidente Biden che aveva fatto sapere di pregare per un «giusto verdetto». Il razzismo sistemico, «una macchia sull’anima di questo Paese», deve essere sconfitto. Il presidente pensa ad una legge approvata dal Congresso per la riforma della polizia e che porti il nome di George Floyd.

Ma altri nomi si sono aggiunti, nelle settimane del processo, alla lista delle morti che le minoranze considerano inflitte dal «razzismo sistemico». Daunte Whrigt, già padre di un figlio a vent’anni, ucciso durante un controllo sulla sua targa proprio a Minneapolis: l’agente che l’ha ucciso sostiene di aver confuso la sua arma d’ordinanza con un taser elettrico.

Ed ora c’è un’altra ragazzina, di colore, sedicenne, che non è uscita viva da un intervento della polizia, chiamata per una lite nella città di Colombus, Ohio. La polizia sostiene che avesse in mano un coltello da cucina. Makhia Bryant, 16 anni, adottata, pare bullizzata da un gruppetto, secondo quanto riferisce una zia paterna. Makhia avrebbe chiesto aiuto al padre biologico per telefono prima della tragedia. Pare, inoltre, che sia stata proprio lei a chiedere anche l’intervento di una pattuglia di polizia. In un video si sente urlare: «È una ragazzina, amico, solo una ragazzina!». Makhia, che aveva chiesto aiuto, è rimasta sul selciato. L’elenco non è finito. Adam Toledo, 13 anni, è stato ucciso a Chicago, ed era in fuga forse con una pistola giocattolo in tasca.

Tutte vittime appartenenti a minoranze, gestibili senza necessità di sparare. Proprio Daunte Whrigt, ricordato come alunno vivace e intelligente, aveva fatto una domanda inquietante all’insegnante che teneva un seminario comportamentale per ragazzi di colore. Al sentirsi raccomandare: «Se vi fermano per un’infrazione tenete le mani alte e visibili. Non assumete atteggiamenti sfidanti» aveva ingenuamente — ma non troppo — chiesto: «Perché devo essere in pericolo se mi fermano per un controllo?».

Un’altra giovanissima è stata ricordata, per altri motivi, dal presidente Biden. È Darnella Frazier, 18 anni. Ha girato lei il video della morte di Floyd. Biden l’ha ringraziata. Ed un richiamo alla responsabilità collettiva ed alla riconciliazione è arrivata dai vescovi. Monsignor Shelton J. Fabre e Paul S. Coakley, presidenti del Comitato episcopale contro il razzismo e del Comitato dei vescovi per la giustizia interna e lo sviluppo umano: «Ricordiamo che Dio è la fonte di ogni giustizia, amore e misericordia. La morte di George Floyd ha evidenziato e amplificato il profondo bisogno di vedere la sacralità in tutte le persone, specialmente in quelle che sono state storicamente oppresse».