La casa di accoglienza del Serming a San Paolo, in Brasile

Ferite e cicatrici, dignità
e autostima

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
20 aprile 2021

Da Arsenale militare ad “Arsenale della Pace”: la conversione di un luogo simbolo di Torino, legato alla storia della città dalla prima guerra mondiale, si realizza nel 1983, parallelamente a un’altra trasformazione, quella del Servizio Missionario Giovani (Sermig) che, da realtà dedita a poveri, giovani e a progetti di aiuto a missionari di tutto il mondo, si ricostituisce nella sede dell’ex Arsenale come “casa” per chi casa non l’ha: lo spirito che anima l’associazione non è quello di una struttura di accoglienza che ospita, ma di una famiglia che accoglie. Una famiglia che, nel tempo, diventa sempre più grande: tante donne, sole o con bambini, rifugiati politici, senza fissa dimora bussano alle porte della casa, perché qui a nessuno è negato il diritto a un tetto e a un abbraccio.

Gli ospiti della casa, circa trecento, possono contare su un centro medico interno, disponibile anche alle famiglie del quartiere in situazioni di fragilità economica, non essendo l’accoglienza solo rivolta a chi non ha un tetto, ma anche ad accompagnare chi è in difficoltà, magari nostro vicino di casa, nell’affrontare il quotidiano. I bambini del quartiere, in condizioni di disagio, vengono affiancati nel doposcuola, i giovani coinvolti in percorsi di volontariato.

Negli anni il complesso diventa anche abitazione della Fraternità della Speranza: iniziano così nuovi viaggi, seguendo la rotta verso il Brasile nel 1995, e della Giordania nel 2003. Nell’opera di queste missioni la dimensione della scoperta, dell’avventura e della conoscenza si traduce in accoglienza del prossimo: abbia questo il volto di un piccolo con disabilità, cristiano o musulmano non importa, come in Giordania, o di giovani senzatetto, come in Brasile. «La nostra presenza qui nasce dall’incontro con un vescovo santo, don Luciano Mendes de Almeida: è una figura in cui si incrocia lo spirito di Francesco di Assisi, la mente di Platone e la manualità di Leonardo. È stato lui ad accompagnarci alla scoperta di una megalopoli come San Paolo, lui a incoraggiarci a vivere fino in fondo la missione — ricorda Ernesto Olivero, fondatore con la moglie Maria del Sermig nel 1964 —. L’Arsenale della Speranza oggi garantisce cibo e alloggio a migliaia di persone: conosciamo i loro nomi e volti. Hanno cicatrici da medicare, ferite da fasciare, vite da rialzare».

Ogni giorno, all’Arsenale della Pace di San Paolo, una delle più grandi case di accoglienza di tutta l’America Latina, sono ospitate 1.200 persone: sono i moradores de rua, gli emarginati, gli ultimi, giovani e adulti senza un tetto, una famiglia, un lavoro, e, spesso, con problemi di alcool e droga. Qui trovano un letto pulito, un pasto di qualità, il necessario all’igiene personale e assistenza sociale e infermieristica. Incontrano l’incoraggiamento per tentare un ulteriore passo, seguendo corsi di alfabetizzazione e formazione al lavoro, partecipando ai gruppi di auto-aiuto per alcolisti e tossicodipendenti e recuperando occasioni mai avute: hanno a disposizione, infatti, biblioteca, centro sportivo, campi e bazar. L’obiettivo è uno: restituire dignità, autostima e autonomia. Una casa aperta 24 ore al giorno che, in quasi 25 anni di lavoro ininterrotto, ha abbracciato 65.000 anime, togliendole alla strada e alla disperazione.

Una missione nata sotto il segno dell’accoglienza, ritornando alle origini di questo luogo. Allo stesso Arsenale della Speranza, infatti, a fine Ottocento, quando sulle coste americane approdavano i transatlantici dei migranti in cerca di fortuna nel Nuovo Continente, sostarono milioni di persone: nel secondo dopoguerra, oltre un milione solo di italiani trascorsero alla Hospedaria De Imigrantes il tempo della quarantena, appena giunti dall’Europa. Le mura della casa, testimoni di sofferenze e speranze, si sono allargate negli anni, e le loro fondamenta si sono sempre più rafforzate in quell’angolo di mondo. Laddove, nello scorso secolo, tanti connazionali inseguirono una vita migliore, oggi un gruppo di missionari italiani porta speranza e ristoro ai sofferenti del nostro tempo. Una cura che non si è fermata nemmeno in questi mesi di pandemia, durante i quali l’Arsenale non ha mai chiuso le porte. Mille persone hanno convissuto per tutti i 96 giorni di quarantena: nel primo lockdown questa è stata la casa di quarantena più grande del Brasile.

È stato necessario reinventare un po’ tutto per adeguarsi ai ritmi imposti dalla nuova condizione e abituare centinaia di uomini — soliti ad un’esistenza nomade — a stabilirsi in un posto, prendersi cura dell’igiene personale e di tante altre questioni ora di fondamentale importanza. Per avere idea dell’immane servizio svolto, durante la quarantena sono stati preparati e serviti circa 200 mila pasti, a fianco della Chiesa locale, con cui l’Arsenale collabora costantemente. Pochi giorni fa, inoltre, gli ospiti della casa hanno avuto accesso al vaccino contro il coronavirus: un risultato frutto della collaborazione con gli Assessorati alla Sanità e all’Assistenza Sociale del Municipio di San Paolo, giunto dopo una maratona di oltre un anno durante la quale l’Arsenale si è molto speso nel contrasto alla pandemia in un ambiente così complesso, grazie anche agli aiuti giunti dalla Chiesa italiana.

«L’Arsenale di San Paolo è da sempre una casa di speranza: per decenni ha accolto milioni di migranti, gli ultimi tra gli ultimi. Perché i nostri ospiti non restino tali, cerchiamo di aiutarli ad alzare lo sguardo, a riscoprire la dignità che si portano dentro, a credere nella bellezza della vita. Anche in questi mesi occorre alimentare la fiducia ed è commovente come tutti stiano collaborando» racconta Simone Bernardi, sacerdote missionario in Brasile della Fraternità della Speranza del Sermig. Tante storie si incrociano: quella di Roberto, 40 anni, è una storia di strada e di riscatto, un passato nella droga, che consuma e rovina. Eppure, quando si tocca il baratro, può avvenire l’incontro da cui inizia la rinascita. Per lui la quarantena non è stata una prigione, ma l’uscita dal tunnel. In questi giorni segue Luize, un volontario appassionato di fotografia che ha deciso di restare all’Arsenale della Speranza per tutto il periodo di quarantena, senza mai uscire, nel rispetto delle regole: ha scelto di restare per testimoniare al mondo la realtà di un piccolo mondo di accoglienza.

di Silvia Camisasca