La Giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nel centenario della fondazione
La messa celebrata a Milano dal cardinale segretario di Stato

Aprire le menti alla bellezza
e alla ricerca della sapienza

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19 aprile 2021

«L’Università Cattolica è chiamata oggi, come ieri e come nel futuro, ad “aprire le menti” dei giovani alla bellezza del conoscere: un’apertura non limitata ad acquisire contenuti o competenze scientifiche e tecniche, ma protesa alla ricerca della sapienza; un’apertura che in fondo è stata possibile perché Dio stesso ci ha aperto i tesori della sua sapienza in Gesù. È Lui infatti che nel Vangelo “aprì ai discepoli la mente per comprendere le Scritture”». Ed è proprio facendo riferimento al passo del Vangelo di Luca (24, 45), proposto dalla liturgia, che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha delineato — nella messa celebrata domenica 18 aprile, nella sede di Milano — il profilo della missione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che, in questo anno accademico, festeggia i 100 anni di fondazione.

Alla celebrazione, in occasione della 97ª Giornata dedicata all’ateneo, erano presenti il rettore Franco Anelli e una rappresentanza del personale, dei docenti e degli studenti.

Prima della messa, il cardinale Parolin, accompagnato da monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale della Cattolica, ha visitato le tombe dei fondatori, soffermandosi in particolare davanti a quella di Armida Barelli: per lei Papa Francesco di recente ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei santi alla promulgazione del decreto di beatificazione.

Sempre rilanciando il Vangelo, nell’omelia il cardinale ha invitato la comunità accademica a non aver «paura di fronte a un tempo che si presenta incerto e gravido di trasformazioni epocali». L’appello è a non aver «paura di fronte a quella che Papa Francesco, con termine severo, ha definito — nel videomessaggio per il convegno sul Global Compact on Education, il 15 ottobre 2020 — “catastrofe educativa”, chiamandoci a impegnarci, famiglie, comunità, scuole, università, istituzioni, religioni, governanti, umanità intera a “formare persone mature” e ad aiutare i giovani ad essere protagonisti di un nuovo cammino», come Francesco ebbe ad affermare al Corpo diplomatico, lo scorso 8 febbraio.

«Sono sicuro — ha insistito il segretario di Stato — che nel secolo di storia davanti a noi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, facendo tesoro dell’esperienza del secolo trascorso, saprà rispondere efficacemente a questo appello e a questa sfida. Questo auguriamo e per questo preghiamo».

«Oggi — ha proseguito — facciamo grata memoria del secolo trascorso, durante il quale “pur tra mille difficoltà in tempi complessi come quelli tra la prima e la seconda guerra mondiale” l’ateneo “ha conosciuto uno sviluppo costante”», come afferma il messaggio della Conferenza episcopale italiana. E «guardiamo con responsabilità, fiducia e speranza — ha aggiunto — al “secolo di storia” che sta “davanti a noi”, come recita il tema della Giornata, consapevoli che l’ateneo “è chiamato oggi ad affrontare sfide non meno impegnative di quelle iniziali, sia sul versante strettamente accademico con le necessarie innovazioni per la didattica e la ricerca sia per dare pieno sviluppo a quella terza missione che fin dall’inizio ne costituisce l’anima e ne delinea gli obiettivi”».

Nell’omelia il cardinale Parolin ha suggerito una meditazione sulla “paura”, sempre prendendo le mosse dal passo evangelico. «L’Onnipotente incute timore e questo timore ha contagiato anche noi. Che cosa mi farà Dio se mi comporto male? È impressa in noi — ha osservato — un’immagine falsa o distorta di Dio. Ristagna dentro al cuore il pensiero soffocante e oppressivo di un Dio padrone anziché Padre, che si atteggia nei nostri confronti come interlocutore permaloso, controllore puntiglioso, giudice severo».

Ma «Gesù nel Vangelo — ha spiegato — apre la mente dei discepoli, prigioniera di questa falsa immagine di Dio. Come? Attraverso dei gesti e delle parole, mediante cui supera la distanza tra Dio e l’uomo e vince i loro timori». E così «in primo luogo si avvicina e dice: “toccatemi e guardate”. In secondo luogo mostra loro le mani e i piedi, ovvero le piaghe, canali aperti di misericordia che ci invitano a riporre in Lui le nostre fragilità e le nostre debolezze, perché Dio ci ama anche lì, nelle povertà di cui ci vergogniamo. Le piaghe del Risorto ci rivelano che nessun chiodo del peccato, nessuna ferita della vita, nessun rimorso del passato rappresenta un ostacolo al suo agire misericordioso».

Infine, ha aggiunto il cardinale, «Gesù mangia alla presenza dei discepoli quel che avevano, “una porzione di pesce arrostito”. È così che Gesù apre la mente alla vera immagine di Dio. Opera poi una seconda apertura del cuore. Il turbamento e i dubbi dei discepoli erano legati alla croce, al Venerdì santo. Per loro il Messia doveva essere forte e vincente, invece era stato appeso a una croce. Il sepolcro di Gesù era divenuto la pietra tombale delle loro attese».

In realtà, ha affermato il segretario di Stato, «Gesù spiega che Dio non ha eluso il dramma della sofferenza, ma lo ha redento, prendendolo su di sé. E spiega a noi che il male si supera non con la fuga, non con la forza, ma con l’amore». Questa è la «inaudita grandezza» di Dio: «saper volgere tutto al bene attraverso l’amore. Tutto, anche la sofferenza e la morte. È questo, anche per noi, il senso della Pasqua: far passare in Dio-amore tutto ciò che ci attraversa la vita». E «la svolta — ha concluso — sta nell’accogliere il Signore nei più intimi cenacoli della vita, soprattutto là dove non gli abbiamo ancora aperto le porte».