Il cardinale Semeraro a Casamari per la beatificazione di sei cistercensi

Martiri non guerrieri

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
17 aprile 2021

Il martirio subito dai sei beati di Casamari è «lontano nel tempo, ma questo non lo rende meno attuale». Erano uomini «fragili e timorosi: vulnerabili, come lo siamo un po’ tutti noi e come ci mostra soprattutto questa fase di pandemia» che ancora «tanto ci preoccupa». Lo ha sottolineato il cardinale Marcello Semeraro, che sabato mattina, 17 aprile, nell’abbazia cistercense di Casamari, ha presieduto, in rappresentanza del Papa, il rito di beatificazione di sei martiri dell’ordine: Simeone Maria Cardon, Albertino Maria Maisonade, Domenico Maria Zawrel, Modesto Maria Burgen, Maturino Maria Pitri, Zosimo Maria Brambat.

Riferendosi proprio alla pandemia, il porporato ha ricordato le parole di Papa Francesco nella scorsa Domenica delle Palme: «L’anno scorso eravamo più scioccati», mentre «quest’anno siamo più provati». Anche i beati martiri, ha fatto notare, umanamente non erano dei «guerrieri» ma «persone deboli e paurose». Dalla loro storia sappiamo che, «nella previsione di quanto sarebbe accaduto e nel timore per la propria vita», l’abate della comunità se «n’era fuggito a Palermo presso la corte dei Borboni». E quando, una volta «accolti, i militari francesi fuggitivi da Napoli cominciarono ad essere sempre più violenti, anche altri monaci si diedero alla fuga, o si nascosero negli orti». Lo stesso priore, dom Simeone Cardon, cercò in un primo momento «di nascondersi nell’orto dell’abbazia, ma poi, riflettendo su ciò che stavano subendo i confratelli, si rianimò e decise di rientrare nel monastero».

Umanamente, ha aggiunto il cardinale, questi martiri, non erano degli eroi «da fumetto» ma «delle persone normali». Erano «uomini paurosi, come tutti noi lo siamo; lo siamo ancora di più in una società che è quasi ossessionata dalla ricerca della sicurezza». Paradossalmente, però, questa ricerca piuttosto che «eliminare» la paura, quasi la «incentiva». Il prefetto ha citato in proposito le parole di Zygmunt Bauman: «siamo “oggettivamente” le persone più al sicuro nella storia dell’umanità». Eppure «la paura aumenta». Anche sotto il profilo cristiano, «la nostra vita di credenti non è mai senza combattimento». Non esiste, infatti, «un cristianesimo facile».

Riferendosi al brano del Vangelo del giorno, proclamato durante il rito di beatificazione, Semeraro ha ricordato che Papa Francesco mette in guardia da una concezione «turistica» della vita cristiana e ricorda anch’egli che «non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità». Del resto, l’incoraggiamento che un giorno Gesù rivolse ai suoi discepoli «e a noi, oggi», è di non aver paura. Nella proclamazione del Vangelo, ha fatto notare il porporato, è stato «udito per ben due volte». È un incoraggiamento, che il Signore «dona non solo con le parole, ma più ancora col suo esempio». A questo proposito, ha aggiunto il prefetto, «nessuno di noi potrà perseverare nella sequela di Cristo senza tribolazione, senza conflittualità, senza combattimento spirituale». Nelle lettere di san Paolo, ha ricordato il cardinale, «sono innumerevoli i testi in cui la vita cristiana è paragonata a una lotta». Oltre un secolo prima dell’evento martiriale, un grande autore spirituale aveva scritto che «la vera e perfetta vita spirituale» non consiste «nella macerazione della carne e nelle molte penitenze e neppure nella moltiplicazione delle preghiere vocali e delle pratiche esteriori», tanto meno neppure nello «starsene nella pace di un chiostro, nel silenzio del coro, nella solitudine regolata da una disciplina». Indubbiamente, ha detto il porporato, questi sono dei «mezzi importanti, ma la perfetta vita spirituale consiste nel conoscere l’amore infinito di Dio e anche la propria debolezza»; e «nell’ingaggiare la lotta spirituale per dare morte ai propri disordinati desideri e affetti per compiere sempre ed in tutto la volontà di Dio» .

È, dunque, da questa prospettiva che oggi «la Parola del Signore — ha sottolineato il cardinale — ci chiede di guardare alla testimonianza dei nuovi beati: la fiducia nella sua premura paterna». Infatti, Egli «si prende cura di noi». È questa la confortante certezza che «deve invadere il nostro cuore davanti a questo annuncio». Ricordando le parole di Gesù nel Vangelo: «Voi valete più di molti passeri», il cardinale ha fatto notare che due passeri valgono appena «un soldo», come spiegava Gesù, ma «il Padre nostro non è un mercante e non ci guarda con l’occhio dell’economia, del calcolo, del valore commerciale». Nella vita cristiana, bisogna sapere vigilare, come sapientemente avvertiva sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali: «Al fine di paralizzare la nostra libertà e distoglierci da Dio», il nemico della natura «ingigantisce sempre le nostre paure, sicché è proprio presentando con fiducia a Dio la propria fragilità, impariamo a non farci sopraffare dalla paura, ma a lasciarci amare da Lui». È da qui che «comincia la fede».

Il cardinale ha concluso citando Benedetto xvi, da una sua catechesi: «Questa è la fede: essere amato da Dio e lasciarsi amare da Dio in Cristo Gesù. Questo lasciarsi amare è la luce che ci aiuta a portare il fardello di ogni giorno».