Nell’opera di assistenza ai rifugiati di un francescano a Rodi riecheggiano le parole pronunciate cinque anni fa
da Papa Francesco a Lesbo

«Non siete soli»

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16 aprile 2021

«Baba, baba (padre) aiutaci»: sente ancora nelle orecchie il grido angosciato dei “suoi” bambini fra’ John Luke Gregory, francescano inglese della Custodia di Terra Santa, che a Rodi assiste migranti in fuga da guerre, violenze e persecuzioni.

È preoccupato per le conseguenze del recente sgombero da parte della autorità greche dell’ex mattatoio dell’isola trasformato in campo di accoglienza e per la sorte delle circa duecentocinquanta persone, tra cui 25 piccoli, che lo abitavano fino a qualche giorno fa. Un dramma che si consuma proprio a ridosso del quinto anniversario dalla storica visita di Papa Francesco a Lesbo, conclusasi con il gesto altamente simbolico di portare a Roma, a bordo del suo stesso aereo, una dozzina di rifugiati siriani, tre famiglie con sei minori, scampate agli orrori della guerra.

«Inizialmente, a partire dal 2016, anche qui a Rodi arrivavano soprattutto dalla Siria per scampare al conflitto — ricorda il religioso —; oggi provengono perlopiù da Gaza, Iraq e Somalia. Accampati nella struttura per la macellazione costruita dai soldati italiani negli anni Trenta del secolo scorso e poi finita in disuso, hanno tirato su tende e baracche attaccate ai muri, sopravvivendo senza energia elettrica né acqua. Sono famiglie giovani, donne incinte, bambini e ragazzi, che arrivano a bordo di gommoni». Fanno parte di quel popolo di disperati che si imbarcano nei tristemente noti viaggi della speranza, trovando sulle coste delle isole della Grecia un primo approdo per sperare in una nuova vita in Europa.

Ricordando le visite che faceva loro più volte a settimana, il sacerdote ci spiega al telefono che a Rodi, a differenza di altre realtà come Kos e Lesbo, lo Stato non si occupa dei migranti. Tutto il peso dell’accoglienza ricade sulla municipalità. Per questo quando è esplosa la pandemia di covid-19 tra problemi di lockdown, diminuzione delle risorse e comprensibili paure, i rifugiati hanno finito per essere dimenticati quasi da tutti. Tranne che da questo infaticabile frate minore, che rispolverando il diploma di infermiere preso 35 anni fa è tornato a curare almeno le esigenze da primo soccorso. «Ci sono i problemi dati dai parassiti che si annidano nei materassi gettati a terra; a volte scoppiano incendi nelle dimore di fortuna e bisogna porre rimedi a scottature e ustioni. Provvediamo ad acquistare farmaci e a portarli», ci dice. Ha persino riconvertito il giardino del convento in orto per coltivarvi generi di prima necessità. «Oltre al cibo, cerchiamo di assicurare prodotti per l’igiene, coperte, vestiario; insomma tutto ciò che serve. Ma soprattutto diamo una parola di conforto a donne e uomini che soffrono la solitudine, la lontananza da casa, e giocattoli e libri da colorare per i più piccoli, che sono il tesoro più prezioso».

Tutto questo fino a qualche giorno fa. «Io e padre Ayman, confratello arabo di Gerusalemme, avevamo comprato dolcetti per festeggiare con i bambini dell’accampamento l’inizio del Ramadan, visto che sono quasi tutti musulmani. Ma quando siamo arrivati abbiamo trovato la zona isolata dalla polizia, e un bulldozer in azione intento a distruggere le baracche con i pochi effetti personali di questa povera gente rimasti all’interno». E le persone? «Erano state caricate su una nave al porto in attesa di essere trasferite a Kos. Qui c’è un campo attrezzato per duemila persone, ma è già sovraffollato. Inoltre, come si può definire “di accoglienza” una struttura circondata dal filo spinato?». Si chiede fra John Luke, che non sa neanche quanto resteranno a Kos, o se saranno trasferiti nella capitale Atene oppure a Lesbo nello sterminato Mòria refugee camp, il più grande d’Europa.

Proprio oggi ricorre il quinto anniversario della visita che vi fece Papa Francesco il 16 aprile 2016; uno dei viaggi più significativi del Pontificato. Il vescovo di Roma, accompagnato dal Patriarca ecumenico Bartolomeo e dall’arcivescovo greco-ortodosso Ieronymos, si recò in questo ultimo lembo di terra europea di fronte alle coste turche per incontrare e incoraggiare gli ospiti del mega campo, specie gli orfani e i famigliari delle vittime delle traversate.

«Non siete soli… non perdete la speranza» disse loro, prima di gettare, in silenziosa preghiera, una corona di fiori e alloro nelle acque del mare divenuto tomba per chi non ce l’ha fatta.

di Gianluca Biccini