«In fieri», l’ultima raccolta di poesie di Paola Mulazzani

Pattinando sulle volute
del pensiero

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15 aprile 2021

La protagonista del libro è la bellezza, o meglio, la sua insopportabile assenza, che genera slanci di ribellione, rimproveri alle cose (così inadeguate, sempre, così piene di promesse destinate a evaporare in fretta) accuse miti ma vibranti a quella «brutale architettura/pseudofunzionale» che deturpa le nostre campagne e graffia le nostre colline con scarabocchi senza senso. Una bruttezza intollerabile, così diversa da quell’armonia umile, istintiva, concreta capace di trasformare ogni filare in un capolavoro, apparentemente senza sforzo, che ha plasmato, per secoli, il paesaggio rurale.

«Al dio dei numeri e delle fotografie scartate/ vorrei chiedere che fine ha fatto la nostra/ mezzadra spensieratezza/ nume tutelare di ancestrali memorie / ingenue e contadine come le terre/ che da tempo infinitesimo/ abbiamo abbandonato». Le poesie si susseguono rapide e incisive come proteste ossificate in versi, per citare un verbo caro a Rosita Copioli, che ha firmato la bella prefazione alla raccolta. Un testo, quello della poetessa riminese, che più che introdurre le poesie le abbraccia, le sostiene, come i rami di salice che legano le viti, le aiuta a “sbocciare di più”, a risaltare sullo sfondo rivelando tutti i loro colori sulla carta, avviando un ulteriore processo generativo che affonda le sue radici nella raccolta già precedentemente data alle stampe, Acheni (uscita nel 2007 con la prefazione di Elena Bono) e continuerà probabilmente anche in futuro, lungo gli imprevedibili percorsi dell’ispirazione. Il libro di cui stiamo parlando è In fieri di Paola Mulazzani (Bologna, Minerva Edizioni, 2021, pagine 64, euro 10) silloge che si compone di due raccolte: quella che ha dato nome al titolo e Claustro (I lockdown 2020). Meditazioni “in pillole” che hanno la solennità di una salmodia laica e il retrogusto di un medicinale amaro ma salutare; uno sguardo che si affaccia sul mutevole scenario della nostra vita, interiore ed esteriore, con scarti improvvisi che avvicinano la lente dell’attenzione a una geografia degli affetti rivalutata nella luce del “dopo”, sempre necessariamente in divenire in quanto mutilata, ferita, incompleta – in fieri, appunto.

Perché «bisogna/lasciarla/ decantare,/ la parola/ goccia/d’ambra / purissima distillata /nel pantano».

Tutto in questo libro, scrive Rosita Copioli «è miracolosamente contenuto dentro una misura di parola e di musica precisa, scarna, intorno a quell’unico seme che si prolunga, verso dopo verso, involucro di seme e verso in unica scansione come di rosario o grano che si prega, senza farsi riconoscere se non da chi è devoto allo stesso genere di preghiera e di soluzione mentale».

Anche l’aderenza al nucleo originario del desiderio è «un ligneo splendore: balena dalle immagini rare, trasportabili nei simboli metafisici; ossifica in astrazioni simboliche, in espressione preziose e scelte, senza cadute» chiosa Copioli. «È pattinando su ricercate volute del linguaggio — gli fa eco Massimo Pulini nella postfazione — che lascia dietro a sé nitidi frammenti morali». Per chi cerca la cronaca anche nei versi, meglio iniziare la lettura da Claustro (I lockdown 2020) che racconta il nostro smarrimento, la nostra clausura subita, «il frusto/ forzoso/ monachesimo/ di questi giorni/nuovi».

di Silvia Guidi