A 120 anni dalla nascita

La fabbrica per l’uomo
e non l’uomo per la fabbrica

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13 aprile 2021

Una tastiera con delle lettere, un rullo con un foglio arrotolato, e tante storie scritte, narrate. Quante impronte illustri come quelle di Montanelli, Biagi, Pasolini, Grass sono state impresse su quei tasti. Era conosciuta in tutto il mondo, la Lettera 22. Era uno dei tanti sogni realizzati da Adriano Olivetti, straordinaria e poliedrica figura del Novecento italiano. Ma Olivetti non fu solo un imprenditore, fu soprattutto un sognatore. Un sognatore concreto, però. Diceva: «Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande». E di cose infinitamente grandi, nella sua vita, ne realizzò tante.
Adriano Olivetti nasce a Ivrea l’11 aprile 1901. Sette anni più tardi, suo padre Camillo fonda l’azienda Olivetti, la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere. Dopo la laurea in ingegneria chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924, Adriano inizia l’apprendistato in fabbrica, come operaio. Già questo dato ci fa comprendere l’etica profonda che animerà il futuro presidente dell’azienda paterna. Subentra al padre, infatti, nel 1938. E attua una vera rivoluzione: trasforma l’azienda di famiglia in un moderno gruppo industriale che svilupperà prodotti per l’ufficio all’avanguardia. Il mercato si apre all’estero grazie a un’ampia rete commerciale. Eccellenza dei prodotti, nella tecnologia e nel design industriale.

Proprio per queste fantasmagoriche intuizioni, nel 1955, Olivetti vince il Compasso d’Oro, il più antico ma — soprattutto — il più autorevole premio mondiale di design. La sua Lettera 22 sarà consacrata a livello mondiale grazie a l’esposizione al MoMa di New York. In Olivetti, fabbrica non vuol dire solo profitto. Olivetti, infatti, presta un’attenzione particolare al miglioramento delle condizioni dei lavoratori: questa la sua vision aziendale. Una visione alla quale fa partecipare addirittura gli intellettuali e gli artisti dell’epoca. «La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica». Le sue parole hanno un qualcosa di profetico. Innovazione, ideali ed etica economica si fondono in un solo posto: Ivrea e la sua cittadina di lavoratori da lui ideata, dove la promozione spirituale passerà per le vie della cultura, della bellezza, insieme a quelle dell’amore, della verità e della giustizia. Dirà: «Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà». (Antonio Tarallo)