Cittadinanza e inclusione sociale

Le risposte indispensabili

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09 aprile 2021

«Verso un “noi” sempre più grande». Questo il titolo che Papa Francesco ha scelto per il suo tradizionale messaggio in vista della prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, in programma il 26 settembre 2021. Si ispira all’appello a far sì che «alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (Fratelli tutti, 35). Un divenire tutti fratelli che già nel suo «Messaggio per la Giornata del Migrante 2018» il Pontefice sollecitava mediante «una legislazione conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale», in quanto la nazionalità, per Francesco, «va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita».

Sin dall’inizio del pontificato, il vescovo di Roma ha improntato il suo magistero, e ancor più la sua testimonianza di pastore della Chiesa universale, all’accoglienza di ogni uomo e ogni donna senza distinzione di razza, di cultura, né di credo religioso. Nell’enciclica Fratelli tutti, il Papa indica chiaramente le «risposte indispensabili» per chi fugge da «gravi crisi umanitarie»: incrementare e semplificare la concessione di visti, aprire corridoi umanitari, assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali, offrire possibilità di lavoro e formazione, favorire i ricongiungimenti familiari, tutelare i minori, garantire la libertà religiosa e promuovere l’inserimento sociale.

Il Pontefice ha affrontato più volte il tema dello ius soli, il diritto di cittadinanza per chi è nato sul territorio dello Stato, ricordando che «la apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale» (Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 2018). Sebbene la richiesta che il Papa muove alla politica attuale si scontri con diversi interessi nazionali, non è qualcosa di inaudito, basti pensare che già in epoca romana – come si può ben comprendere dal libro di Antonio Palma, professore di Diritto romano all’Università di Napoli Federico ii , Civitas Romana, civitas mundi. Saggio sulla cittadinanza romana (Torino, Giappichelli, 2020, pagine 140, euro 14) – di fronte alla questione dell’accoglienza dei popoli conquistati, nel 212 dopo Cristo, fu emanata la Constitutio Antoniniana, che garantiva il riconoscimento della cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero. Lo studio storico-giuridico, con prefazione di Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, e postfazione di Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale, si propone di fornire gli strumenti per far fronte alla complessità del presente, mantenendo vivo un dialogo tra ciò che è stato e ciò che sarà foriero di speranza nell’affrontare il futuro, in quanto sollecita riflessioni che si scollano dalla dimensione storica e si calano nel flusso quotidiano degli eventi nazionali e sovranazionali.

Il tema della cittadinanza raccontato da Palma, sottolinea Patroni Griffi, chiama «ognuno di noi a interrogarsi su aspetti essenziali del vivere in comunità, soprattutto ad affrontare criticamente, al netto di condizionamenti ideologici, le pulsioni del pensiero postmoderno, il quale, superata la modernità come un parametro di riferimento troppo statico e per ciò stesso consunto, si caratterizza per una crescente differenziazione sociale, che, rendendo obsoleti certi paradigmi sociologici tradizionali, ha messo in discussione la possibilità che la società possa essere ancora rappresentata unitariamente». E così il richiamo alla riflessione giuridica romana rappresenta un monito per i contemporanei a individuare spazi per recuperare concretezza alle relazioni sociali e, soprattutto, per salvaguardare il loro senso dell’umano, specialmente se pensiamo ad un dato incontrovertibile: la preoccupazione che ebbe Roma nell’assicurare la massima unità al proprio impero, dopo l’emanazione dell’editto con il quale l’imperatore Antonino Caracalla volle concedere la cittadinanza romana a tutti i suoi sudditi. La civitas romana è delineata da Palma come la costruzione giuridica di un popolo che, a differenza delle città greche, sin dalle sue origini tra inclusione ed esclusione preferì la prima: scelse dalla sua fondazione l’apertura allo straniero rispetto all’autoctonia, quale norma del vivere civile. Diventa pertanto d’impressionante attualità la riscoperta della cittadinanza romana che viene concessa al fine di garantire a tutti i soggetti che si trovano a convivere nel territorio imperiale uguali garanzie nei confronti del potere centrale e dei suoi funzionari.

di Giuseppe Merola