Atlante - Cronache di un mondo globalizzato
L’Onu evidenzia il ruolo delle popolazioni indigene nella tutela dell’ambiente

Gli Inuit difendono
le risorse dell’Artico

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09 aprile 2021

Il mutamento climatico sta trasformando la Groenlandia in un crocevia geopolitico: la rotta artica, aperta dalla fusione dei ghiacci, è una possibile alternativa ai canali di Suez e di Panama per le rotte del commercio mondiale. Le immense risorse minerarie, come l’uranio e le terre rare, fondamentali per produrre i semiconduttori alla base di ogni genere di tecnologia, diventano accessibili. Una terra di pescatori, complice l’innalzamento dei mari e la perdita di biodiversità animale, si tramuta paradossalmente nella terra promessa di un mondo affamato di materie prime per un modello di produzione proiettato a velocità esponenziale verso l’interconnessione globale.

È la terra degli Inuit, il popolo degli Uomini. Una parte di quella Nazione indigena che da cinquemila anni abita la mezzaluna artica che va dalla penisola russa della Chucotka, alla Groenlandia, passando per Alaska e Canada. Una Nazione “circumpolare”, come si definisce, fra le più antiche civiltà viventi del pianeta. Preservata fino a vent’anni fa dall’inaccessibilità, la terra degli Uomini assalita dal mutamento climatico, è diventata un boccone facile. Ed appetibile: affacciata sul mitico passaggio a nord ovest che può ritracciare le rotte del commercio mondiale, con pesantissime ricadute ambientali, è un eden minerario. Tutto quello che vale la pena estrarre, là c’è. A partire dai 17 metalli detti terre rare senza le quali il mondo globalizzato si spengerebbe e si fermerebbe: dai computer agli smartphone, dai cacciabombardieri alle automobili, come l’intelligenza artificiale, tutto ha fame di terre rare. E secondo il report del dipartimento Onu per gli affari sociali ed economici che pochi giorni fa ha fatto il punto sui diritti dei popoli indigeni del pianeta, un’intensa attività estrattiva ha sempre portato con sé il disastro per le Nazioni indigene. Fra i 26 casi citati nel rapporto basti citare l’Amazzonia, colpita da deforestazione e da incendi biblici: nel suo versante peruviano il 75% del territorio ancestrale degli indigeni, sul quale hanno diritti riconosciuti ma non applicati, è concesso all’estrazione del petrolio e del gas. Secondo il report Onu, inoltre, lo sfruttamento intensivo delle risorse (quelle minerarie ma anche quelle agricole e idriche) ha coinciso nel mondo con gravissime violazioni dei diritti umani. Custodi dell’ambiente e della biodiversità, i popoli indigeni pagano il prezzo di essere un tutt’uno con i territori ancestrali. L’equilibrio fra uomo e ambiente, necessario alla loro identità, alla loro vita, non è compatibile con le logiche dello sfruttamento intensivo ed esasperato. Dove avanza il secondo, retrocede il primo, lasciandosi dietro un deserto. Il report del dipartimento Desa dell’Onu ne trae la conclusione che, per salvare l’equilibrio fra uomo e ambiente — e conseguire gli obiettivi dell’agenda contro il mutamento climatico — occorre consolidare e rendere efficaci i diritti delle Nazioni indigene alla Terra, ai territori, alle risorse. I popoli antichi, quelli che non fanno parte della comunità territoriale di uno Stato, custodiscono la biodiversità. La loro non è una missione, ma un modo d’essere. E senza di loro, senza il presidio ed il sacrificio anche della vita degli attivisti, il Pianeta sarebbe già sotto la linea di galleggiamento. Costituire il corpus iuris dei diritti delle Nazioni indigene è dunque fondamentale per scongiurare la catastrofe climatica. Tanto più urgente perché un altro «regalo» del Pianeta surriscaldato e sempre meno ospitale, è la terra artica degli Inuit che si trasforma in un megagiacimento affacciato sull’autostrada della nuova rotta nell’Artico: l’allora presidente Usa Trump tentò di comprarne una parte, la Groenlandia. E dal 2010 una licenza di estrazione concessa ad una compagnia mineraria con base in Australia attende di iniziare lo sfruttamento nella parte sud dell’isola. Tutto pare pronto perché lo schema si ripeta. L’Artico, barometro del mutamento climatico, è il prossimo bivio al quale si faranno scelte decisive per tutta la comunità mondiale.

di Chiara Graziani