«Il maestro e l’infanta» di Alberto Riva

Sulle potenti e delicate note
di Scarlatti

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
03 aprile 2021

Con passo ritmico, cadenzato, senza eccessi e cedimenti in Il maestro e l’infanta (Milano, Neri Pozza, 2021, pagine 272, euro 18) Alberto Riva racconta prima ancora che un’epoca con le sue mille sfaccettature e contraddizioni, i suoi protagonisti, tanto emblematici quanto non abbastanza conosciuti.

Maria Barbara di Braganza, regina di Spagna al fianco di Ferdinando vi di Borbone, aveva una personalità bizzarra e sfuggente; per lei Domenico Scarlatti, compose centinaia di esercizi che divennero poi le celebri Sonate, eseguite dai più importanti pianisti del Novecento. Non ci fu altro che musica tra loro due, musica che riempiva le grandi sale dell’Alcazar, musica che riempie le belle pagine del romanzo.

Scarlatti aveva 35 anni e una certa tendenza al silenzio quando raggiunse la corte di Portogallo e Algarve, compose in pochi giorni una serenata per la regina Marianna d’Asburgo; «ha annotato quella melodia mentre soggiornava (...) in una locanda ligure, spesso della melodia il risultato finale non serberà traccia, come fa la farfalla con la crisalide. Eppure tutto è nato dalla crisalide e quando il maestro… la sente sotto la punta del pennino, la ferma». Così compone Scarlatti, che in pochi anni offusca la notorietà di suo padre Alessandro. Uomo mite e tormentato, sobrio e ribelle, marito premuroso ma infedele suo malgrado.

Maria Barbara, invece da bambina taciturna e schiva, «così sfuggente dietro quell’inutile e sgraziato sorriso» e felice solo con il suo pappagallo dal nome stravagante, Renato De Souza, appollaiato sulla sua spalla, si trasforma in regnante decisa e perentoria, amante dell’arte e della cultura, in conflitto celato con una suocera ingombrante come Elisabetta Farnese. Riva compone il libro con una precisione quasi geometrica, alterna le sequenze descrittive a quelle riflessive e dialogiche come se utilizzasse degli assi cartesiani. Scava con precisione nella psicologia di tutti i personaggi, anche quelli che entrano come da quinte immaginarie e con disinvoltura conquistano la scena. Da Carlo Broschi in arte Farinelli, che con lucida passione e voce soave riesce a far sì che Filippo v di Spagna non chiuda gli occhi per sempre in preda a sconforto e disperazione, alla giovane Caterina, sposa del maestro Scarlatti che lo lascerà presto vedovo e alla di lei madre, Margherita Gentili che manterrà un ruolo importante nella vita del compositore e di tutti i suoi figli. Il romanzo procede lineare e chiaro, senza che i sentimentalismi prendano il sopravvento finché nel finale, forse perché tutto ciò che finisce commuove, lascia al lettore una nostalgica dolcezza e quelle note potenti e delicate che con tanta pazienza Scarlatti aveva insegnato alla piccola principessa del Portogallo, paiono risuonare nelle orecchie. Quegli oltre cinquecento esercizi esistono ancora, soltanto perché Maria Barbara di Braganza li fece ricopiare e rilegare come libri per farne dono al cantore Farinelli. Fu lui a riportarli in Italia e sono oggi conservati presso la Biblioteca Palatina di Parma e la Biblioteca Marciana di Venezia.

di Flaminia Marinaro