Specchio del nostro tempo

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03 aprile 2021

Il Sabato santo è un giorno misteriosissimo di Cristo, che torna a intrigare giustamente i cristiani: è uno dei giorni più significativi della storia della salvezza. Fra l’altro, è il giorno del silenzio di Cristo. Si tratta di un silenzio piissimo, dolcissimo, ma anche terribile. Il Cristo non lo si vede più: è sottratto ai nostri occhi credenti. È nel sepolcro; è dentro la morte. Davvero, se non l’avessimo mai conosciuto, il Cristo, sarebbe stato meno impressionante che saperlo sparito (Paola Zavatta, La teologia del Sabato santo, Roma, Città Nuova, 2006). Il Sabato santo propone di vivere l’importanza della compagnia di Cristo col dolore della sua scomparsa nella morte. È il mistero della “discesa agli inferi”, articolo del Credo che lontano e ostico alla nostra coscienza odierna come questo, da ultimo sta uscendo dall’ombra in cui era caduto e va riconquistando, in un orizzonte interpretativo rinnovato, l’importanza che gli compete (cfr. Giovanni Ancona, Disceso agli inferi. Storia e interpretazione di un articolo di fede, Roma, Città Nuova, 1999).

Un giorno lungo come la fame


Insieme a tanti segni di presenza di Cristo e di fedeltà al Vangelo, il nostro tempo soffre del silenzio di Dio. L’indifferenza religiosa si mostra come una sfinge indecifrabile e si connota con delle modalità che rendono difficile la sua analisi e impediscono un rapporto di dialogo con essa. Il Sabato santo, come giorno del nascondimento di Dio e dell’oscuramento dell’orizzonte di fede, è simbolo del nostro secolo che ha sentito in filosofia l’annuncio della «morte di Dio» (Nietzsche) e ha attraversato, a tutti i livelli, il travaglio di un lungo e acre processo di secolarizzazione, la cui parabola non pare conclusa nonostante una certa rinascita della domanda religiosa.

Il Sabato santo è, perciò, giorno severo che pone la terribile ipotesi di un mondo senza Cristo, ma ci riconsegna anche alla lieta certezza di fede che egli, di là della pietra del sepolcro, sta ancora operando per la salvezza degli uomini. In questo senso, questo gran Sabato è il giorno più lungo.

Se Cristo fosse stato inghiottito dalla morte, se fosse rimasto chiuso nella buca di un sepolcro sarebbero svanite le ragioni della speranza. L’allora teologo Joseph Ratzinger nella Pasqua del 1969 si interroga sul fatto che «il nostro secolo» cominci ad essere «un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante» che impedisce loro, come a noi oggi, di non accorgersi del fatto che il Risorto sta da tempo camminando a fianco a noi da tempo, entrando nelle nostre amare e scoraggiate conversazioni. Quella sua domanda non finisce di pesarci sul cuore come un enorme sasso e di preoccuparci.

Cristo in cerca di Adamo


Cristo, con la discesa agli inferi raggiunge l’uomo nel punto più basso, che è la sua morte, continuando il movimento di avvicinamento a lui iniziato con l’Incarnazione, quando «il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (Gaudium et spes, n. 22). Dopo questa discesa, il mondo non è più come prima: ormai, in tutto ciò che è “ultimo”, “definitivo”, “fondamentale”, “essenziale” e “decisivo” c’è l’orma di Cristo, il segno del suo passaggio pasquale, l’eco santa della sua “evangelizzazione” agli inferi (cfr. 1 Pt 3, 19).

Non si dà perciò una geografia limitata dell’Annuncio, se vuole oltrepassare perfino la soglia della vita. Oltre all’evangelizzazione Gesù porta alla comunità dei trapassati il primo frutto della sua Croce: «Se il redentore, che in forza della sua innocenza propriamente non era sottomesso al destino della morte, si accosta ai morti dopo il suo atto sulla croce, ciò non può avere per loro che il significato e l’efficacia di una comunicazione della forza di redenzione» (Leo Scheffczik, Discese agli inferi [nel regno della morte], il terzo giorno risuscitò da morte, a cura di Wihelm Sandfuchs, in aa.vv ., Io credo, Assisi, Cittadella, 1977, pp. 63-6).

Gesù così conferma d’essere per sempre il centro del vivere e del morire degli uomini (cfr. Rm 14, 8), ponendosi come “il profondo del mondo”. Gli Inferi, segno di questa profondità, sono di fatto per lui la “postazione” migliore per mirare e prendere lo slancio per raggiungere il Cielo della gloria. Gesù, infatti, vi salirà proprio ascendendo dagli Inferi. Scendendo in essi, Cristo dimostra di ricordare quanti il Padre gli ha affidati: come il Padre, Cristo non scorda nessuno: «La “discesa agli inferi” esprime una grande verità: Gesù, glorificato nella sua morte, divenuto Signore di tutti i tempi, l’avvenire di tutti gli uomini, incontra nella morte gli uomini che lo hanno preceduto per introdurlo con lui nella vita eterna. Questi non hanno potuto acquisire, durante la loro vita sulla terra, la salvezza che si trova aderendo al Cristo; Gesù, però, la offre loro nella morte» (François-Xavier Durwell, Cristo l’uomo e la morte, Àncora, Milano 1993, p. 22).

La «Credente» nel giorno più buio della storia


Il Sabato santo è, infine, un decisivo giorno mariano: in esso si celebra la fedeltà radicale di Maria a Cristo. Nel giorno in cui Gesù fu sceso nella tomba, mentre anche i discepoli più prossimi erano dubbiosi, Maria è rimasta sola a tenerne viva la fiamma: per così dire è stata immobile nell’oscurità della fede, salda nell’ora del dubbio. Ma, dicendo che, in quel giorno, lei è rimasta sola a credere, in verità s’intende dire che, nel Sabato santo, tutta la fede della Chiesa si è raccolta in lei, perché questa s’identificava con lei — vera micro-Chiesa — che sotto la Croce era stata chiamata a diventare la Madre di tutti. Perciò, proprio perché mariano, il Sabato santo è giorno ecclesiale. Nel Sabato santo Maria ha espresso una fede attraversata dal dolore: così, si è realizzata in lei la profezia di Simeone: «Una spada ti trapasserà l’anima» (Lc 2, 35). Nel Medioevo la meditazione sul dolore della Madre dopo la morte del Figlio ha fatto sorgere la devozione all’Addolorata, le cui rappresentazioni artistiche più insigni saranno poi le varie Pietà.

In quel giorno la luce della sua fede ci riconsegna anche alla lieta certezza di fede che Cristo, di là della pietra del sepolcro, sta ancora operando per la salvezza degli uomini. Lei perciò è sapiente maestra: a differenza di noi, «vive […] la memoria quale luogo di profezia: ricorda per sperare, rivisita il passato per aprirsi al futuro, nella speranza che Dio è fedele alle sue promesse» (Carlo Maria Martini, La Madonna del Sabato Santo. Lettera pastorale 2000-2001, Milano 2000, p. 38).

La Vergine del Sabato santo mostra che «la speranza non delude» (Rm 5, 5) avendo visto la vittoria del Redentore dell’uomo, con una fede nuda che le ha permesso di credere e sperare oltre il giorno umanamente più buio della storia umana. Il Sabato santo è il giorno della Vergine dolorosa, pensosa nella sua fede, scossa dal dolore materno, ma anche della Vergine Donna che, con il suo credente, ripetuto fin nel cuore dell’Ora, ha interrotto il silenzio terribile del Sabato santo, ridandoci fiato per respirare.

di Michele Giulio Masciarelli