Il cardinale Giovanni Battista Re presiede la messa «nella Cena del Signore» nella basilica vaticana

Nell’Eucaristia la forza
per far fronte
alle sfide della pandemia

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02 aprile 2021

Da Gesù, che «ha voluto restare presente fra noi come nostro contemporaneo sotto i veli del pane e del vino..., vogliamo attingere la forza di cui abbiamo bisogno, ora più che mai, per far fronte alle grandi sfide di questa pandemia che miete migliaia di vittime ogni giorno in tutto il pianeta». Lo ha sottolineato il cardinale decano Giovanni Battista Re nell’omelia — ne pubblichiamo di seguito il testo integrale — della messa «nella Cena del Signore», che apre il Triduo pasquale, presieduta all’altare della Cattedra della basilica vaticana nel pomeriggio del 1° aprile, Giovedì santo. Hanno concelebrato cardinali, vescovi, superiori della Segreteria di Stato, guidati dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e canonici della basilica. Alla preghiera eucaristica ai lati dell’altare erano i cardinali Leonardo Sandri, vice-decano, e Francis Arinze. Al termine della messa, durante la quale non si è svolto il tradizionale rito della lavanda dei piedi, i concelebranti hanno raggiunto processionalmente la cappella di San Giuseppe, luogo della reposizione, dove dopo il canto «Tantum ergo», il cardinale decano ha guidato l’adorazione silenziosa del Santissimo Sacramento.

«Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Queste solenni parole dell’evangelista Giovanni, che sono risuonate qualche istante fa, introducono il racconto della lavanda dei piedi ai discepoli da parte di Nostro Signore Gesù Cristo e aprono il ricordo del dono di se stesso che Gesù ci ha lasciato nell’ora dell’addio; al tempo stesso, avviano il grande discorso da lui pronunciato nella vigilia dell’offerta di sé al Padre per la nostra salvezza.

Questa celebrazione Eucaristica, carica di una straordinaria intensità di sentimenti e di pensieri, ci fa rivivere la sera in cui Cristo, attorniato dagli apostoli nel Cenacolo, ha istituito l’Eucaristia e il sacerdozio e ci ha affidato il comandamento dell’amore fraterno.

«Li amò sino alla fine»; questa toccante affermazione vuol dire che li amò fino alla sua morte sulla croce il giorno dopo, il Venerdì santo, ma intende anche significare un amore fino all’estremo, cioè fino al grado sommo e insuperabile della capacità di amare.

La sera del Giovedì santo ci ricorda pertanto quanto siamo stati amati; ci dice che il Figlio di Dio, nel suo affetto per noi, ci ha dato non qualcosa, ma ci ha donato se stesso — il suo Corpo e il suo Sangue — cioè la totalità della sua persona, e che, per la nostra redenzione, ha accettato di subire la morte più ignominiosa offrendosi come vittima: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso» (Gv 10, 18).

L’esistenza dell’Eucaristia si spiega solo perché Cristo ci ha amati e ha voluto farsi vicino a ciascuno di noi per tutti i secoli, fino alla fine del mondo. Solo un Dio poteva ideare un dono così grande e solo una potenza e un amore infiniti potevano attuarlo.

La Chiesa ha sempre considerato il sacramento dell’Eucaristia come il dono più prezioso di cui è stata arricchita. È il dono mediante il quale Cristo cammina con noi come luce, come forza, come nutrimento, come sostegno in tutti i giorni della nostra storia.

Parlando dell’Eucaristia, il concilio Vaticano ii afferma che essa è «il culmine a cui tende l’azione della Chiesa e, nello stesso tempo, la fonte da cui promana tutta la sua forza» (Sacrosanctum Concilium, 10); è «la sorgente e il culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11).

Usando i termini «fonte e culmine», «sorgente e vertice», il concilio Vaticano ii ha voluto dire che, nella vita e nella missione della Chiesa, tutto viene dall’Eucaristia e tutto porta all’Eucaristia.

L’Eucaristia è il centro e il cuore della vita della Chiesa. Essa deve essere il centro e il cuore anche della vita di ogni cristiano. Chi crede nell’Eucaristia non si sente mai solo nella vita. Sa che nella penombra e nel silenzio di tutte le chiese c’è Uno che conosce il suo nome e la sua storia, Uno che lo ama, che lo aspetta e che volentieri lo ascolta. E davanti al tabernacolo ognuno può confidare quanto ha nel cuore e ricevere conforto, forza e la pace del cuore.

L’Eucaristia è una realtà non solo da credere, ma da vivere. L’amore di Cristo per noi ci impegna a dare testimonianza di amore reciproco da parte nostra. L’Eucaristia è appello all’apertura verso gli altri, all’amore fraterno, al saper perdonare e al venire in aiuto di chi è in difficoltà; è invito alla solidarietà, al sostenerci l’un l’altro, a non abbandonare nessuno; è richiamo all’operoso impegno per i poveri, per i sofferenti, per gli emarginati; è luce per riconoscere il volto di Cristo nel volto dei fratelli, specialmente delle persone ferite e più bisognose.

Il secondo mistero che ricordiamo questa sera è l’istituzione del sacerdozio cattolico. Cristo, il vero sacerdote, ha detto agli apostoli: «Fate questo — cioè il sacramento dell’Eucaristia — in memoria di me». E tre giorni dopo, la sera della domenica di Pasqua, agli apostoli ha detto anche: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui rimetterete i peccati saranno perdonati» (Gv 20, 23). In questo modo Cristo irradiò sugli apostoli i poteri sacerdotali, perché l’Eucaristia e il sacramento del perdono continuassero a essere rinnovati nella Chiesa; fece all’umanità un dono incomparabile.

Nei Giovedì santi degli anni passati era radicata tradizione, dopo questa messa in Coena Domini, prolungare l’adorazione dell’Eucaristia lungo il corso della notte con varie iniziative di preghiera di adorazione e momenti di grande intensità religiosa. La drammatica situazione creata dal covid-19 e il rischio del contagio purtroppo quest’anno non ce lo permettono, come già accaduto lo scorso anno. Ritornando però alle nostre case dobbiamo continuare a pregare col pensiero e col cuore pieni di gratitudine per Gesù Cristo, che ha voluto restare presente fra noi come nostro contemporaneo sotto i veli del pane e del vino.

Da Lui, che ha vissuto nella sua carne e nella sua anima la sofferenza fisica e la solitudine, vogliamo attingere la forza di cui abbiamo bisogno, ora più che mai, per far fronte alle grandi sfide di questa pandemia che miete migliaia di vittime ogni giorno in tutto il pianeta. Abbiamo sperimentato in modo universale come un piccolo virus possa mettere in ginocchio il mondo intero. Affinché abbia termine questo dramma, dobbiamo fare ricorso a tutti i mezzi umani che la scienza mette a nostra disposizione, ma c’è bisogno di un insostituibile passo in più: dobbiamo elevare una grande corale preghiera perché la mano di Dio ci venga in aiuto e ponga fine a questa tragica situazione che comporta preoccupanti conseguenze nel campo della salute, del lavoro, dell’economia, dell’educazione e dei rapporti diretti con le persone. Come ci ha insegnato lo stesso Cristo, è necessario andare a bussare fortemente alla porta di Dio, Padre Onnipotente (cfr. Mt 7, 7-8).

Un’ultima considerazione. La sera che vede la più alta manifestazione dell’amore e dell’amicizia verso di noi, è anche la sera del tradimento. Attorno alla stessa mensa nel Cenacolo si affrontarono l’amore di Dio e il tradimento dell’uomo. Lo sottolinea san Paolo nella seconda lettura della messa: «Nella notte in cui veniva tradito».

Nella vicenda dello sconfinato amore di Cristo, che ci ha amati «sino alla fine», vi è l’amarezza della slealtà e del tradimento umano.

Il Giovedì santo è pertanto anche un invito a prendere coscienza dei propri peccati; è un appello a mettere un po’ di ordine nella nostra vita e a metterci sulla strada del pentimento e del rinnovamento per ottenere da Dio il perdono.

Nell’Eucaristia Dio si è talmente avvicinato a noi che non dobbiamo mai sentirci abbandonati, perché siamo sempre da Lui cercati, amati e invitati a ottenere col pentimento e col sacramento della Riconciliazione la gioia del suo perdono e a iniziare una ripresa spirituale col cuore più aperto a Dio e a tutti i nostri fratelli e sorelle.