Tribuna aperta

Quanto ci costa
il gender gap

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30 aprile 2021

A più di un anno dalla diffusione del Covid 19, sono molte le voci che si levano preoccupate per il forte rischio di un impatto negativo sull'uguaglianza di genere. Una seria minaccia ai progressi fatti finora e anche un concreto pericolo che il punto n. 5 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu, «raggiungere l'uguaglianza di genere e l'autodeterminazione di tutte le donne e ragazze», sia un traguardo sempre più lontano.

Non che costituisca motivo di stupore, purtroppo, la circostanza che ancora oggi le donne risultino indietro nelle statistiche di gender equality, continuando a patire, specie in alcuni settori economici, per retribuzioni più basse, minori tutele contrattuali e accesso sbarrato ai ruoli apicali. Senza dubbio, però, è impressionante la misura in cui il peso della pandemia e della recessione economica è venuto, per molteplici fattori, a gravare sull’universo femminile. In Italia, nel dicembre 2020, i dati dell’Istituto di statistica segnano in numeri assoluti 101 mila persone occupate in meno rispetto al novembre 2020: di queste 99 mila sono donne. Inoltre, su base annua, nel 2020 su 4 posti di lavoro persi, 3 sono stati persi da donne. Sono dati che si spiegano, innanzitutto, alla luce del protrarsi di una condizione di generale fragilità nel mercato del lavoro femminile (part-time e altre forme di contrattualizzazione debole) e del fatto che un’alta percentuale di donne è impiegata in settori economici oggi ad alto rischio di chiusura o di forte contrazione dell’attività (commercio al dettaglio e all’ingrosso, servizi di alloggio e ristorazione, arti, spettacolo). Ma vi è un altro ordine di ragioni da non sottovalutare. Per tradizione, o forse sarebbe meglio dire per vocazione, più esposte nei servizi di cura, le donne si sono trovate, in questi tempi difficili, ad affrontare un carico maggiore negli impegni a casa, in particolare rispetto alle necessità attuali di bambini alle prese con la Dad e di interi nuclei familiari in smart working. Ne è la riprova un dato forse meno appariscente dei precedenti ma comunque assai significativo e preoccupante nel medio-lungo periodo. Nel corso del 2020, eccezioni a parte, scienziate e ricercatrici di tutto il mondo hanno visto ridursi in modo sensibile il tasso della produttività scientifica, a differenza di quanto accaduto ai colleghi uomini che l’hanno addirittura aumentato.

In Italia, ed è paradossale, un quadro così fosco emerge proprio nell’anno del decennale dalla Legge Golfo-Mosca (dal nome delle due parlamentari proponenti) la quale, grazie all’imposizione di una rappresentanza femminile nei board delle società pubbliche e in quelle quotate, ha avuto l’indiscusso pregio di cominciare a scardinare una consolidata prassi condizionante i meccanismi di scelta, incentivando la presenza delle donne nei processi decisionali. Nonostante però tra gli effetti indiretti della legge appena citata si menzioni spesso anche l’incremento dei cosiddetti role model, essenziali per il superamento di stereotipi radicati, siamo ancora ben lontani dall’affermarsi di una mentalità diffusa davvero consapevole del portento femminile, della sua ricchezza, dei suoi talenti. E solo un tale cambio di passo a livello culturale, che muova già dai luoghi della formazione, può risultare decisivo per orientare le politiche al benessere sociale e alla ripresa economica. Più donne occupate e in posizioni di leadership non costituiscono, infatti, solo un obiettivo di sviluppo e di uguaglianza, ma di miglioramento della qualità delle dinamiche interne delle organizzazioni (in termini di processi decisionali meno conflittuali e più attenti ai molteplici aspetti che ne definiscono le migliori potenzialità) e di crescita economica, poiché il capitale umano femminile è in grado di trasformarsi in vero e proprio valore economico. Non c’è istituzione internazionale che non abbia misurato aumenti sostanziali di Pil, prodotto interno lordo, e tracciato il circolo virtuoso di sviluppo e crescita economica innescato dall’uguaglianza di genere.

È la società intera, perciò, ad avere bisogno di donne integrate nei processi decisionali e organizzativi prima ancora che nominate in ruoli formali, perché le donne sono portatrici e coltivatrici di uno sguardo positivo e di speranza. L’occasione che ci è offerta da questo tempo di crisi ci deve allora senz’altro spingere ad aumentare le tutele lavorative e a introdurre più efficaci strumenti a supporto delle donne, ma anche e soprattutto a renderci conto che finché le nostre agende politiche, universitarie ed ecclesiali non valorizzeranno pienamente il genere femminile continueremo a perderci tutti. Dice Papa Francesco: «Se abbiamo a cuore il futuro, se desideriamo un domani rigoglioso, occorre dare il giusto spazio alla donna» perché «la donna fa il mondo bello e rende i contesti più inclusivi». C’è bisogno, quindi, di integrare tutto il potenziale femminile, al fine di consegnare alle generazioni di domani una società che, abitata dalla ricchezza del femminile e del maschile, risulti davvero a misura del genere umano.

di Antonella Sciarrone Alibrandi
Ordinario di Diritto dell’economia presso la Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative,
Prorettrice vicaria dell'Università Cattolica, Consultore del Pontificio Consiglio della Cultura,
membro del Consiglio direttivo dell’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria
della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano