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Restare Joy,
nonostante l'orrore

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03 aprile 2021

Ingannata da un’amica di famiglia. Convinta a lasciare Benin City, in Nigeria, col miraggio di un lavoro in Italia e la speranza di aiutare la sua famiglia. Trascinata su camion e motociclette nel deserto, tra cadaveri insepolti. Rinchiusa per mesi nei campi della Libia, violentata, ridotta alla fame. Imbarcata su un gommone, stipata fra decine di corpi, col terrore del naufragio. Consegnata, a Castelvolturno, a una madame  avida e crudele, costretta a prostituirsi sulla Domiziana, ridotta a una macchina del sesso, privata perfino del suo nome. Obbligata ad abortire al quarto mese un figlio, frutto di uno stupro, che aveva già cominciato ad amare.

Per mesi, in un’Italia che le sembrava “una seconda Libia”, non c’è stata violenza, abuso, umiliazione che sia stato risparmiato alla giovane donna nigeriana che la madre aveva battezzato Joy perché dalla nascita sembrava destinata a donare la gioia. Fino alla fuga e alla salvezza: accolta tra le solide pareti di Casa Rut, il centro fondato a Caserta dalle Suore Orsoline. Lì, per Joy, è cominciata “la resurrezione” – come osserva Mariapia Bonanate, che, ascoltato il racconto di questa donna, l’ha trasfuso in una testimonianza in prima persona, nel  libro Io sono Joy, edito dalla San Paolo. Una testimonianza che è un “patrimonio dell’umanità”, ha scritto Papa Francesco nella prefazione.

È un racconto che si legge con dolore, a tratti con orrore, ma che tuttavia va letto perché è la storia condivisa da migliaia di schiave del sesso, comprate e vendute sulle strade d’Italia (tra le 30 e le 40mila donne, annota nella postfazione Anna Pozzi), guardate spesso con disprezzo, come se fossero loro responsabili della loro sventura, e non chi le usa e le sfrutta.

Oggi Joy lavora nel NewHope Store, la bottega della cooperativa di Casa Rut, fabbrica fiori con i ritagli di stoffa. «Non c’è scarto che non possa fiorire» commenta suor Rita Giaretta, che di Casa Rut è la fondatrice. 

Sister Rita è stata la prima persona, in Italia, ad offrire a Joy la consolazione di un abbraccio, il giorno in cui, lavatasi dal sudiciume della prostituzione, alzò lo sguardo sul sole e ripeté la frase che l’aveva sostenuta nel cammino: «Dio non dorme mai». (Bianca Stancanelli)