Sguardi diversi

Le parole del lutto

Egon Schiele «Donna in lutto», 1912 Leopold Museum, Vienna
03 aprile 2021

Non insistere nel dolore, pensare ai vivi: questo ci si chiede 
Ma non si rischia di spezzare il filo con la seconda vita?


Elaborare il lutto, tornare alla vita normale. Questo ci viene chiesto quando la morte entra nella nostra vita. E ci invitano a distrarci, ad andare avanti, a non guardare indietro; a pensare a chi è rimasto. Chi se n’è andato non torna, noi abbiamo il dovere di continuare a vivere e, per farlo, c’è un unico modo: mettere da parte il passato. Il dolore, la memoria possono essere accettati, certo, ma solo per qualche giorno. Il lutto – il comportamento sociale che segnala il passaggio della morte - è inutile e retrogrado, un insieme di riti che la modernità respinge. Come un abito fuori moda, un film in bianco e nero. Non lo si dice ma lo si pensa: una perdita di tempo. L’insistenza nel dolore una follia.

Mi capita sempre più spesso, in questi anni in cui per motivi anagrafici i morti attraversano più spesso la mia vita, quando mi ritrovo in affrettate cerimonie funebri pubbliche e private, di pensare ai riti della mia infanzia.

Sono ricordi precisi, fra i più precisi di un tempo ormai lontano.

Le donne che lavavano e rivestivano i morti. L’odore misto di fiori, ceri e aceto. Non so ancora perché i defunti si lavavano con l’aceto.

Il letto che li accoglieva per l’ultima volta con le lenzuola migliori. Le lunghe veglie accanto al defunto. L’attenzione a non lasciarlo solo.

Poi i funerali con le orfanelle e le suore in prima fila, le donne vestite di nero, gli uomini con la fascia scura al braccio. Per i ricchi la banda. La cerimonia in Chiesa, le parole del sacerdote, solo del sacerdote, la musica, il dolore che si fondeva con la preghiera.

E l’inizio del lutto con rituali e tempi precisi. Un anno, anche due, di abiti neri per i parenti più stretti; poi il mezzo lutto, quando era concessa qualche punta di bianco. Gli svaghi eliminati, le festività abolite, le visite ridotte agli intimi.

Chi moriva rimaneva presente, di lui o di lei si parlava e lui e lei continuavano a parlarci, riempivano le conversazioni, popolavano i sogni. Il loro ritratto con il cero e i fiori era collocato in una parte centrale della casa. Ricordo due vicine che rientrando a casa salutavano e lanciavano saluti nelle stanze vuote.

«Non c’è nessuno» dissi una volta io che dovevo avere non più di cinque anni. «Ci sono le anime dei morti» mi risposero.

Le anime: continuavano a rimanere vicine ai loro cari, a loro si chiedevano consigli, si rivolgevano preghiere e si sperava esaudissero i desideri. In un altro regno, avevano maggiori poteri e continuavano a vegliare. Il dialogo poteva continuare, la morte non lo interrompeva, la vita non ostacolava il ricordo anzi lo comprendeva e lo alimentava. Le anime dei defunti potevano far paura, perché erano severe e controllavano i vivi, ma insieme proteggevano, garantivano un contatto con un mondo nel quale un giorno saremmo andati tutti.

La nonna andava a far visita al nonno al cimitero due volte alla settimana, il giovedì e la domenica. La accompagnavo spesso anche se il nonno non lo avevo mai conosciuto; prima ci fermavamo a comperare dei fiori e, una volta arrivati alla piccola cappella di famiglia, lei ripuliva tutto e li sistemava, io ero incaricata di andare a prendere l’acqua. Poi quando tutto era lustro la nonna parlava col nonno, gli raccontava le ultime della famiglia, quindi lo salutava e andavamo via. Così due volte alla settimana finché per lei è stato possibile. Quanto a me, essere prescelta per accompagnarla, era un privilegio.

Ora ne capisco il motivo. Partecipavo al rito del lutto e questo mi faceva entrare nel mondo degli adulti. Nel mondo delle donne che avevano assistito, vegliato e poi protetto la memoria e la vita dopo la morte dei loro cari.

Perché – ma a questo ci ho pensato dopo – erano tutte donne le protagoniste del rito della fine della vita. Gli uomini c’erano – il sacerdote, i becchini, la fascia nera durante il funerale - ma scomparivano rapidamente, risucchiati dai loro affari, dal lavoro, dal mondo che non si fermava. Il dolore non era un fatto maschile. Alle donne spettava il compito di non dimenticare, collegare il presente col passato, non privare il futuro di ciò che era stato. Avevano di nuovo il compito di donare la vita, una seconda vita, quella del ricordo e della memoria, dell’amore che non finisce con la morte, che trova nuove forme per rimanere e continuare a esistere.

Non ho nostalgia di quei tempi, non penso che fosse bene così, non riesco a non vedere, anche nella divisione dei tempi, nella gestione della morte, la nefasta separazione fra i ruoli che tanto ha segnato la condizione femminile e non riesco a beatificare i compiti delle donne sempre dedite alla cura, anche a quella dei morti.

Ma vedo con lucidità che cosa è successo da quando i riti delle morte sono stati aboliti, il lutto è stato considerato inutile e la cura di chi non c’è più demandata a “specialisti”; da quando si muore generalmente in ospedale, il dolore, la malattia e la cura sono gestiti dall’esterno e le donne, come gli uomini, sono solo spettatori di evento inevitabile.

È avvenuto che il culto della memoria, la vicinanza con chi non c’è più, il dialogo che continua anche quando il respiro si è fermato, sono stati ridotti o aboliti. Inutili digressioni sentimentali che tolgono il tempo alla vita di chi è rimasto. Ce lo richiede la cultura dei nostri paesi progressisti e avanzati, che vive un paradosso e una contraddizione. Mentre il discorso pubblico invita a ricordare e lo studio della storia, il rifiuto dell’oblio sono un dovere civico, celebrato dalle istituzioni e insegnato nelle scuole, la morte dei singoli è da cancellare e mettere da parte.

Da quando si è disgiunto il legame fra la donna e la morte - la cura della morte - si è strappato anche il filo con la seconda vita, quella del ricordo e della memoria, e si è allontanato come inutile il tempo del lutto.

Ma è davvero positivo, fa bene a chi rimane l’allontanamento repentino di chi non c’è più? Ed è davvero folle chi vuole mantenere la sofferenza pur di non abbandonare il ricordo? Davvero è preferibile dimenticare piuttosto che soffrire? È questo che dobbiamo insegnare ai nostri figli? E su questo che dobbiamo muoverci immaginando il futuro? Oppure – donne e uomini – dobbiamo ricostruire una cultura del lutto, dell’accettazione dell’inevitabile, del dolore e del mistero della morte come occasione per ritrovare noi stessi e per ritrovarci tra noi? Per dare una seconda vita a chi non c’è e per sperare di riceverla in dono a nostra volta? «Sol chi non lascia eredità di affetti poca gioia ha dell’urna» diceva il poeta. E aveva ragione.

di Ritanna Armeni